Ippogrifi telematici

di Nuccio Ordine
(Corriere della sera, 30.3.2020)

L’eccezionalità della situazione che stiamo vivendo ci ha fatto anche capire l’importanza di un coordinamento nazionale e i pericoli che si potrebbero correre consegnando l’istruzione e il servizio sanitario all’arbitrio delle singole Regioni. Sin qui niente di strano. Ma il dato preoccupante riguarda invece alcuni recenti interventi che in maniera enfatica considerano l’epidemia come una straordinaria occasione per rilanciare con più forza l’“educazione digitale” e le potenzialità virtuali ad essa connesse. Una calorosa adesione, lungo la scia tracciata dalle numerose direttive internazionali che da alcuni anni inondano le scrivanie di rettori e dirigenti scolastici, alla cosiddetta “didattica del futuro”, fondata su modelli pedagogici in cui vengono depotenziati la “lezione in aula” e il contatto diretto tra professori e allievi. In «tempi di peste», ricordava saggiamente Albert Camus, sembra inevitabile sacrificare ogni cosa «all’efficacia».

Ma questa regola vale anche in tempi “normali”? Purtroppo, da almeno tre decenni, scuole e università corrono sempre più il rischio di sacrificare l’educazione al virtuale e a una pedagogia mercantilistica. In un mondo globalizzato, in cui l’istruzione viene considerata soprattutto un mezzo per acquisire un mestiere e non per formare cittadini liberi e colti, l’allarme è legittimo. Riconoscere l’indispensabilità della tecnologia (specialmente in circostanze estreme come questa) è una cosa. Pensare, invece, che si possa fare a meno del libro e delle relazioni umane tra professori e studenti è una follia. Non è vero che leggere l’Orlando furioso in digitale è lo stesso che leggerlo in formato cartaceo (alcuni neuroscienziati sostengono che, pur essendo identico il testo, il dispositivo distrae e non facilita l’attenzione necessaria alla comprensione!). Così come non è vero che essere perennemente connessi favorisca i rapporti umani (il virtuale, oltre a banalizzare l’amicizia confinandola su Facebook in un facile clic, sta creando una nuova forma di terribile solitudine!). E, alla stessa maniera, non è vero che la lezione a distanza abbia il medesimo effetto della lezione in classe: stiamo dimenticando che per secoli il sapere è stato condiviso tra docenti e discenti grazie a un rapporto diretto, in praesentia, in cui i professori, armati di passione e conoscenza, sono riusciti a sedurre e a entusiasmare i loro allievi. Chi fa dell’insegnamento (e della ricerca) la sua missione principale, sa benissimo che oggi la soglia d’attenzione dei nostri studenti (non certo per colpa loro) è molto bassa: mantenere vivo il loro interesse richiede fatica e preparazione straordinarie, richiede una relazione diretta che non può prescindere dagli sguardi e dai gesti di interazione tra chi parla e chi ascolta. Solo nell’incontro in aula si sviluppano quelle necessarie alchimie che permettono agli studenti di imparare dai professori e ai professori di imparare dagli studenti.

Veramente pensiamo che una piattaforma digitale, un computer o una lavagna connessa possano cambiare la vita di uno studente? Ma siamo sicuri che l’utilitarismo delle “competenze” sia più importante della conoscenza in sé? Siamo veramente convinti che l’incontro in aula con i docenti debba essere finalizzato esclusivamente a stimolare le “abilità individuali” e il “saper fare”? E ancora: come giustificare il progressivo spostamento di investimenti dalla docenza agli strumenti per la didattica digitale? Come si possono demotivare e depotenziare i professori (in numero sempre più esiguo e mal pagati) e immaginare, nello stesso tempo, notevoli risorse per macchine e computer? Proprio in questo momento di crisi stiamo prendendo coscienza degli effetti devastanti che i pesanti tagli budgetari hanno avuto nei settori dell’istruzione e della sanità (i due pilastri su cui si fonda la dignità umana: il diritto alla conoscenza e il diritto alla salute).

Lo scopo dell’educazione non è l’acquisizione di un diploma. È soprattutto l’esperienza umana e intellettuale che si compie, ogni giorno, in un mondo fatto di incontri e scambi concreti tra professori e studenti. Ridurre questa esperienza a una relazione virtuale significherebbe trasformare l’istruzione in uno sterile mercato di lauree e diplomi e gli studenti in clienti da fidelizzare. Significherebbe dar credito alle illusorie promesse di volare alto con finti ippogrifi che, al contrario, non riuscirebbero a sollevarci di un centimetro al di sopra della nostra ignoranza. Gestiamo adesso l’emergenza con la didattica a distanza. E pensiamo anche – non solo per quegli studenti che, impossibilitati a connettersi, non potranno godere dell’insegnamento telematico o per coloro che, iscritti a corsi di laurea scientifici, saranno penalizzati dalla soppressione dell’esperienza diretta nei laboratori – a un piano straordinario per recuperare comunque le lezioni in aula durante l’estate. Trasformare però l’eccezione in una regola, dimenticando la centralità del rapporto umano nell’insegnamento e l’autentica missione della scuola e dell’università, sarebbe un errore gravissimo.