appunti sulla teledidattica 2

di Monica Centanni
(13.4.2020)

L’ossimoro coatto della ‘assemblea virtuale’

Mi sono rifiutata – ufficialmente e formalmente – di fare lezioni in teledidattica.  Ho un contatto pressoché quotidiano con tutti gli studenti dei miei corsi – per classi e per gruppi, e uno per uno – e con loro ho messo in calendario, con una cadenza provvisoriamente settimanale, una serie di ‘assemblee’: le virgolette sono d’obbligo in questo caso, dato che l’assemblea comporta l’atto di assemblarsi/assembrarsi, l’incontro vero e fisico di corpi viventi – quell’incontro che ci è precluso dallo stato di costrizione che stiamo subendo.

Negli incontri con i miei studenti nell’(ossimorica) ‘assemblea virtuale’, cerco di dare indicazioni su come studiare i testi che sono in programma e i materiali che via via condivido con loro (tutti i PDF che posso, e anche quelli che non potrei), e cerco di chiarire tutti i dubbi e le incertezze che avverto nelle domande fatte e nei silenzi; cerchiamo, insieme, di trovare soluzioni di fase, di fare rotta, insieme, e capire come procedere in questa navigazione a vista. Le assemblee non vengono registrate e perciò partecipa solo chi c’è, sulla piattaforma Microsoft Teams che siamo stati costretti a usare (sul rifiuto della registrazione di lezioni e altre attività v. la chiara e illuminante comunicazione agli studenti di Alberto Biuso “Didattica e ologrammi”).

Riscrivere il calendario, governare il tempo

La prima idea che ho condiviso con i miei studenti è quella di assumere autonomamente e responsabilmente la decisione di riscrivere il calendario – io e loro, ciascuno per suo conto, governare il proprio tempo. Siamo infatti sottoposti a un doppio, straniante, impulso. Se da un lato ci viene continuamente ricordato in modo martellante e ossessivo che la situazione sanitaria è grave come non mai, dall’altro corre su un binario parallelo la pressione ansiogena delle autorità (dal Ministero ai Direttori di dipartimento), che mirerebbe a garantire il rispetto delle scadenze incombenti date per ineludibili – con l’obbligo di correre con tutti i mezzi e ad ogni costo per fare tutto in tempo e in orario. Ho provato a suggerire agli organi di governo delle università in cui insegno, e fin dalla fine di febbraio, che la prima iniziativa da prendere per affrontare con giudizio l’emergenza doveva essere quella di riformulare le scadenze e lo stesso calendario didattico. Le proposte che ho avanzato sono queste:

  • Prolungare il semestre in corso, con la garanzia da parte dei docenti disponibili a farlo, di tenere i corsi in estate o, se servisse, in autunno, fino al limite della sovrapposizione con i primi mesi del semestre successivo (2020/2021);
  • Garantire agli studenti che i corsi, qualunque sia il periodo in cui si svolgeranno, saranno conteggiati a tutti gli effetti come corsi del II semestre 2019/2020, spostando le scadenze delle esenzioni delle tasse e delle borse di studio per gli studenti meritevoli o economicamente svantaggiati;
  • Garantire ai laureandi che le lauree che dovevano svolgersi nella sessione primaverile o estiva del 2020 potranno svolgersi più avanti nel calendario, senza alcun aggravio di tassazione e con la garanzia che quelle lauree saranno computate come afferenti all’anno accademico ora in corso (2019/2020).

Mi parevano, mi paiono, proposte lineari, che prefigurano soluzioni facili, adottabili dalle Università in forza della situazione eccezionale e in nome dell’autonomia nella gestione del calendario didattico. Ho trovato un ascolto – parziale ma positivo – su queste proposte soltanto in una delle due Università in cui insegno istituzionalmente.

Mi sono presa comunque la responsabilità di dire e di scrivere in modo formale agli studenti di tutti i corsi che ho attivi in questo semestre (4 in tutto, tra Venezia e Catania) che il primo nostro impegno in questo periodo è prendere in mano il filo del tempo. Infatti un agente ansiogeno che rende ancor più difficile la condizione che stiamo vivendo è la sensazione di essere in balia di cabale numerologiche che stanno scarnificando le nostre vite, usurando le nostre giornate. Rifare il calendario è un modo per reagire, responsabilmente, alla vita inactiva a cui ci hanno condannato, riattivando l’orizzonte del desiderio e dell’attesa.

Che [altro si può] fare?

In una situazione in cui stiamo scoprendo giorno per giorno quanto il clima poliziesco e la deprivazione delle libertà essenziali scortichino i nervi e ci facciano consumare a vuoto energie e riserve vitali, sarà bene dirci – come ho detto ai miei studenti – che quest’estate, dato che non potremo mettere in programma lunghe vacanze o viaggi, potremo con chi vuole metterci a lavorare e a studiare insieme. Per chi vuole seguire la mia raccomandazione sul governo del tempo, ho consigliato di studiare una parte dei testi in programma nei miei corsi (i manuali, per esempio) e di concordare le modalità di una prova in itinere, per chi possa sentirsi sollevato dall’avere svolta, già a fine maggio, una parte dell’esame. Ho poi dato la mia totale disponibilità a fare una serie intensiva di lezioni, appena sarà possibile (in giugno, in luglio, in agosto, se sarà il caso in settembre o in ottobre – anche in sovrapposizione con i corsi del prossimo anno accademico) e a chiudere poi il ciclo di vere lezioni con un esame da fissare con un calendario concordato, che sarà poi mia premura far registrare ufficialmente alla prima, e più ravvicinata possibile, data utile di appello.

Fermo restando il diritto del singolo a sostenere gli esami nelle sessioni estive di giugno e di luglio, studiando e preparando i testi in programma, con la guida che posso assicurare in vari modi  chi ha scadenze irrinunciabili potrà fare l’esame (nelle modalità forzosamente limitative in cui sarà possibile farlo) e lo darà “da non frequentante” – una modalità che, ricordiamolo, è sempre ammessa e che se non lo fosse per alcuni corsi che prevedono la frequenza obbligatoria, va rivendicata e resa  comunque ammissibile in questa situazione.

Contro l’idea dell’“erogazione” della didattica

Nel fare tutto questo – rifiutarmi di fare lezione in teledidattica; invitare gli studenti a rifare, insieme, l’agenda, invitandoli a procrastinare lezioni ed esami  – sto contravvenendo alle indicazioni, formulate in un primo tempo come ingiunzioni, a un ‘obbligo’ impartito ai docenti (in particolare dall’Università di Catania) di adottare la modalità delle lezioni in teledidattica.

Dal primo momento in cui sono arrivate le prescrizioni, senza alcuna fase preventiva di riflessione sulle soluzioni e di condivisione delle scelte anche tecniche, ho avvertito la prepotenza, sia concettuale che tecnica, di quei provvedimenti, presi in regime di ‘emergenza’. Ed è il regime di ‘emergenza’ che giustificherebbe la, improvvida e totalitaria, scelta della teledidattica. Inutile – e inascoltato – è provare a ricordare che noi professori saremmo tenuti a ‘professare’ sapere e intelligenza critica; che saremmo pagati dal Ministero dell’Università e della Ricerca per pensare (anche se il ministero forse non lo sa), soprattutto nei periodi ‘di emergenza’ quando, come tristemente noto, in nome dell’urgenza e dello stato di eccezione si perpetrano i peggiori, e meno ‘pensati’, errori, orrori, soprusi.

Di fondo c’è l’idea – ribadita in decreti e circolari assortite – che va garantita l’“erogazione” della didattica. Ora qualunque docente che ami insegnare e si sia esercitato nel farlo, sa bene che non ha alcunché da “erogare”. La lezione è uno scambio di sapere, un luogo/tempo in cui quello che il docente ha studiato – o meglio: che sta studiando – è messo alla prova della condivisione con un gruppo di studenti che sono interessati a fare proprie, in tutto o in parte, quelle conoscenze. Un sapere non già erogato ma, all’opposto, messo alla prova del fuoco, della verifica sul campo – ovvero calibrato, discusso. Se si è fortunati, criticato, riformulato e modificato profondamente. È un processo squisitamente dinamico, che non è ripetibile e non si esaurisce mai. Per fortuna: altrimenti – ed è la soluzione che forse qualcuno auspica – si potrebbe registrare un corso una volta per tutte e riprodurlo in teledidattica, ogni anno uguale.

Profili di criticità e di rischio della teledidattica

La premessa, eticamente e deontologicamente, oltre che culturalmente scorretta della via obbligata all’“erogazione” della teledidattica, incontra poi infelicemente  una serie profili di criticità e di rischio che segnalo qui per titoli più che per punti, in ordine sparso di gravità e di importanza:

  1. Snaturamento del carattere della lezione, per sua natura interattivo e sinestetico, con la modalità succedanea della lezione a distanza, facendo passare il messaggio che è lo stesso, forse meglio così;
  2. Difetto di una retorica adeguata. I professori sono tenuti a saper fare lezione, non a saper fare spot video né documentari, attività per le quali sono richieste tecniche e retoriche specifiche. Ogni genere ha la sua retorica;
  3. Rischio della condivisione di contenuti e cessione di diritti ai gestori delle piattaforme su opere dell’ingegno spesso non pubblicate. Gestori che sono quelli più noti (a cui, dando il consenso al momento dell’accesso, cediamo ogni diritto intellettuale anche sulle registrazioni dei nostri materiali didattici), ma anche i piccoli e grandi avvoltoi che ci bombardano con offerte da venditori di pentole su pacchetti di teledidattica – compresi i tutorial e i master di teledidattica che si propongono di rispondere alla carenza d’istruzione retorica di cui al punto precedente;
  4. Il pericolo, in agguato dietro l’accelerazione in emergenza, che ci sia qualcuno che se ne può approfittare direttamente sul piano economico. Non solo le imprese private che, come Microsoft, vendono le piattaforme per l’utenza pubblica, ma anche chi a quelle imprese dall’interno delle amministrazioni pubbliche può fare sponda, per interessi non sempre nobilissimi;
  5. La ventilata attivazione di un “controllo” da parte degli uffici delle modalità e degli orari degli accessi alle piattaforme didattiche da parte del docente – un abuso che implica la riduzione in un ruolo umiliante per controllori e controllati;
  6. Abbruttimento del ruolo del docente a ‘poliziotto informatico’: è richiesto infatti il controllo sullo studente, sulla sua attenzione, sul suo isolamento da possibili suggeritori e testi durante gli esami…
  7. L’aggravamento delle differenze sociali ed economiche tra gli studenti.

Nella pagina corpi e sapere stiamo raccogliendo le rarefatte voci di dissenso sul tema della teledidattica. Sull’elenco che sopra ho proposto è utile mettere insieme alcuni passaggi.

Sui punti 1. e 2. questo un passaggio di Anna Angelucci:

“La produttività aziendale e di servizio, è il presupposto, il fondamento ontologico e giuridico della possibilità della prestazione di lavoro agile. Tutto il lessico che descrive il lavoro agile rimanda ad una concezione del lavoro che, per statuto, non appartiene alla scuola. […] La scuola non è un servizio – burocratico o impiegatizio o produttivo – che può essere dematerializzato. È l’istituzione più importante del nostro tessuto repubblicano, quello dove la Costituzione stessa si incarna. La scuola è il luogo fisico dove studenti e docenti si incontrano, si conoscono, si relazionano, si guardano, si parlano, si toccano e dove la straordinaria possibilità umana garantita dal dettato costituzionale di essere di più, nella reciprocità di uno scambio fecondo, diventa reale. Il lavoro che si fa a scuola, il lavoro della scuola, non è lavoro agile, né potrà mai esserlo. È un lavoro faticoso e paziente, lungo e lento, difficile, impegnativo, da condursi in presenza, nell’incontro sensoriale e dialogico tra corpi, sguardi, mani, voci. Un lavoro non distanziabile perché non riducibile alla stregua immediata della misura dei suoi prodotti”.

Sui punti 3. e 4. riporto un brano dalla lettera aperta ‘Sapere per il futuro’, di Valeria Pinto, Federico Bertoni ed altri:

“D’altra parte, gli improvvidi entusiasmi (o gli occhiuti calcoli) sulla didattica a distanza nascondono il fatto che molti di questi insegnamenti, salvo eccezioni, sono affidati a sistemi proprietari in mano a multinazionali come Google e Microsoft e a datacenter esteri, con una leggerezza forse giustificabile per l’urgenza ma comunque preoccupante, non solo perché la funzione didattica, come quella giudiziaria maneggia dati sensibili, ma soprattutto perché chi possiede i nostri dati e costruisce il nostro ambiente di lavoro ha anche il potere di determinare le nostre scelte (si veda, a proposito di oligopolisti ben meno potenti di Google e Microsoft, un’analisi di SPARC, Scholarly Publishing and Academic Resources Coalition). È una questione cruciale che investe tutto il mondo della scienza e della ricerca”.

Sul punto 7. un altro passaggio della stessa lettera aperta Sapere per il futuro:

“È facile prevedere, infatti, che la didattica a distanza possa diventare il nuovo business di quelle corporation tecnocratiche che sono ormai le nostre università, magari con un doppio canale che scaverà ulteriormente il solco delle diseguaglianze sociali: da un lato lezioni in presenza riservate a studenti privilegiati, in grado di pagarsi un corso fuori sede, dall’altro corsi online destinati a studenti confinati dietro uno schermo, che pagano ugualmente le tasse ma che non gravano su strutture e costi di gestione, con tutti i limiti di un apprendimento di bassa qualità evidenziati anche a livello internazionale”.

The day after

Particolarmente allarmante, perché già scivolosamente strisciante in tante dichiarazioni pubbliche di varie autorità, è il pericolo della dilatazione della pratica della teledidattica al day after –perché è più comodo, più smart, più economico… In un paese che, in un trentennio di inesorabili tagli ai fondi per l’istruzione e l’Università, ha fra le sue collezioni di mirabilia il monstrum di ben 11 università telematiche parificate (fonte MIUR, rilanciata trionfalisticamente sul portale delle istituzioni private beneficate) il rischio della telematizzazione dello stile e dei contenuti della lezione universitaria è un’emergenza concretissima. Riporto un passaggio di un contributo di Tomaso Montanari disponibile integralmente nel sito:

“È la tentazione di pensare che in fondo la didattica online sia del tutto equivalente a quella vera, e che anzi sia preferibile. L’affermazione delle università telematiche (che ho sempre considerato un’aberrazione, una contraddizione in termini: come musei solo virtuali, sesso solo on line, cucina solo in tv…) sta di fronte a noi come un monito: non è che dopo il coronavirus si alzerà qualcuno a dire: ‘Perché non continuiamo sempre così?’ Non sembri una paranoia da recluso: in molti dipartimenti (quelli a più alta densità di professori che esercitano una professione, come per esempio i giuristi) la spinta c’è da molto tempo, ed è sulla didattica a distanza che vengono istradate molte risorse premiali”.

La via maestra della teledidattica: chi era ‘pronto’

La rapida e inconsulta conversione del sistema scolastico italiano alla teledidattica risponde a varie istanze, alcune forse ingenue, altre – più o meno legittimamente – ‘interessate’, nessuna adeguatamente ponderata. La frettolosità e l’improvvisazione della scelta e delle sue modalità di attuazione, la totale mancanza di una riflessione critica sul tema, sono l’esito ultimo di un percorso, intrapreso da decenni in Italia da governi diversi, che prevede la messa fuori gioco del pensiero dal dibattito politico: una desistenza supportata dall’effettiva acquiescenza degli intellettuali e dalla, conseguente e meritatissima, loro liquidazione de facto da un ruolo attivo nelle decisioni relative alla cosa pubblica.

Ma la scelta della teledidattica è stata adottata e messa in atto con una rapidità e facilità sorprendenti, perché, a fianco della strategia del silenziamento del pensiero critico, si è trovata in felice concorrenza con un altro, più concreto e mirato, impulso: l’interesse delle imprese private che, Microsoft in testa, sono state prontissime a fornire le piattaforme per la teledidattica. Microsoft, in particolare, era ‘pronta’, pur non avendo approntato un bel niente. Chi è stato costretto a entrare nella piattaforma Teams ben sa che non è stato messo in campo neppure lo sforzo minimo di ridisegnare l’interfaccia grafico: i gruppi dei corsi come quelli delle riunioni di dipartimento si chiamano indistintamente ‘Teams’; chi è chiamato ad aprire una riunione o che voglia tenere una lezione deve ‘avviare una nuovaconversazione’; e così via.

Sarebbe certo il caso di chiedersi quali siano stati i canali – e più concretamente i soggetti ‘facilitatori’ – che hanno portato Microsoft e altri fornitori ad essere là pronti, al momento e nel luogo giusto quando la patria repentinamente chiamò. Sta di fatto che né Microsoft né altri hanno fatto neanche lo sforzo di adattare le piattaforme di conversazione, riportando almeno i termini propri della didattica: studenti, docenti, lezioni, seminari, consigli di dipartimento, riunioni… “Le parole sono importanti” diceva qualcuno: lo è anche il lessico terminologico che fa paesaggio mentale, lo sono anche i simboli e le icone…

L’ansia di colmare il (realissimo) gap tecnologico

La conversione alla teledidattica, entusiasticamente e frettolosamente adottata da tutte le Università e le scuole italiane di ogni ordine e grado, risponde dunque a diversi impulsi e a diverse ragioni: e non tutti quegli impulsi sono mirati esattamente al bene ‘delle nostre scuole’, non tutte quelle ragioni sono nobilissime.

Da parte delle istituzioni scolastiche lavora, innanzitutto, l’ansia di colmare il – realissimo – ritardo tecnologico in cui versano la ricerca e le università italiane. È un ritardo, sia chiaro, che non riguarda la teledidattica: si tratta, ben prima, del ritardo tecnologico di una rete che è fatta più di buchi che di nodi, che non consente spesso neppure il più elementare accesso a WiFi dalle nostre biblioteche, dalle aule in cui facciamo lezione e seminari, dagli studioli in cui dovremmo lavorare e fare esami. È anche la spaventosa arretratezza (specie se paragonata ad altre istituzioni culturali europee) nella digitalizzazione delle nostre biblioteche e dei nostri archivi. È la mancanza di connessione e condivisione, anche all’interno dello stesso ateneo, di conoscenze di progetti, e di risorse, che la meravigliosa rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo potrebbe fornire a tutti, cambiando paesaggio e orizzonti della didattica e della ricerca.

Ma rispetto a quanto ci sarebbe da investire per potenziare quel che davvero serve, a prevalere è stata la Via Maestra – del tutto improvvisata e abborracciata – della teledidattica.

Il precedente delle LIM

Nelladesione inconsulta alla teledidattica senza se e senza ma, riconosciamo la stessa allegra spensieratezza (non sapremo mai quanto improvvida e quanto interessata), con la quale tra il 2008 e il 2012 il ministro Maria Stella Gelmini catapultò 10.000 LIM Lavagne Interattive Multimediali in 10.000 aule delle scuole italiane di ogni ordine e grado, senza curarsi di provvedere preventivamente che quelle aule avessero una connessione alla rete o anche, più banalmente, una presa di corrente a norma a cui attaccare il magico schermo interattivo; o, per scendere ancora più in basso nelle esigenze primarie,, un tetto restaurato che proteggesse le stesse avveniristische lavagne quando piove. Un serio e articolato report sull’enorme investimento economico fatto in quegli anni in nome dell’urgenza della conversione alla tecnologia, non esiste. Qualche brandello di (non confortante) notizia si trova in rete:

“Come ammette lo stesso Miur, il primo paletto che impedisce l’uso massiccio delle risorse multimediali nelle scuole è proprio la connessione a Internet e pure veloce. In alcuni casi il wi-fi funziona solo in determinati luoghi dellistituto (per il 18% nei laboratori e in alcune zone della scuola). Circa 1 teen su 4 dichiara di avere a disposizione, invece, una connessione con cavo LAN (non in classe), mentre più di 1 su 3 di non avere alcuna possibilità di connettersi – se non con il proprio smartphone – quando si trova a scuola. Tirando le somme, solo il 23% dice di poter usufruire di un collegamento senza fili anche in classe; quota che, però, nel Mezzogiorno crolla al 16%, scavando un solco preoccupante rispetto al Nord Italia, molto più avanti con il suo 27%. Senza contare che, anche chi la connessione ce l’ha, deve combattere con la sua velocità, non sempre soddisfacente: il 41% dei ragazzi la giudica appena discreta, il 25% addirittura scadente. Solamente l’8% afferma che la sua scuola ha un’ottima velocità di connessione”.

Di fatto l’unico esito certo dellinvasione trionfale delle LIM è stato il non celebrato funerale delle 10.000 lavagne di ardesia, spesso gloriosi pezzi di modernariato, sacrificate in un silenzioso rito di passaggio sull’altare di una inconsulta corsa alla modernizzazione.

Traditio incondizionata dei corpi e delle menti

In sostanza, come ci viene ricordato in modo martellante dal catechismo quotidiano, la situazione di emergenza richiede la desistenza critica e la messa del silenziatore al pensiero. Nello specifico della teledidattica, impone la traditio incondizionata di corpi e di menti alla nuova modalità di insegnamento.

Lo spirito con cui si è sposata la soluzione della teledidattica nella cornice dei provvedimenti di emergenza che subiamo in questi primi mesi del 2020 segue la stessa ratio che ha guidato l’adozione delle LIM, con qualche aggravante di ordine deontologico. Senza essere sfiorati dall’ombra di un dubbio, ci si è consegnati anima e corpo alla soluzione della didattica a distanza come forma che può sostituire la lezione in presenza, promuovendo insieme evoluzione tecnologica e la (evidentemente auspicata) immunitas: leliminazione del contatto fisico tra docente e studenti, e tra studente e studente.

Proprio come nel caso delle LIM, non serve ricordare qui che, prima di adottare d’assalto la soluzione della teledidattica, nessuno ha pensato di rivolgere un brandello di pensiero preventivo alle condizioni di indigenza tecnologica in cui versa l’Italia – la mancanza di una rete degna di questo nome su tutto il territorio nazionale – o alle condizioni di oggettiva penuria di dispositivi adeguati.

Ai milioni di studenti che hanno mal imparato (purtroppo spesso dal cattivo esempio dei loro genitori) che si può fare tutto con lo smartphone, non risulta siano stati recapitati dal governo altrettanti milioni di pc con consegna a domicilio casa per casa, e che tutta la popolazione scolastica e universitaria sia stata così messa nelle condizioni giuste per ricevere l’“erogazione” delle telelezioni, possibilmente da un “luogo decoroso e illuminato”, come si legge nelle istruzioni delle piattaforme digitali in uso. E che possibilmente, per carità di patria!, non siano le camere da letto dei ragazzi, imbarazzanti con tutto quel disordine – sia invece il loro studiolo personale con vista sull’Arno, l’attico sui tetti di Venezia, o con vista su una fontana di Bernini – come noto ogni studente italiano ha almeno uno spazio di questo tipo nella magione di famiglia, a sua totale disposizione ….

 

altri contributi sulla critica alla teledidattica sono
alla pagina corpi e sapere di questo sito.