Il conflitto interpella l’intelligenza dei corpi

di Peppe Nanni
(11.4.2020)

La sospensione di ogni attività culturale decretata dal governo in via amministrativa non è dovuta solo all’insensibilità governativa: è giusto riconoscere che il senso comune percepisce come irrilevante e superfluo qualsiasi sforzo di approfondimento, considerato un optional rinunciabile. Ma una causa determinante risale anche all’abdicazione degli intellettuali da qualsiasi responsabilità nella determinazione delle scelte politiche, nell’indifferenza civile spesso contrabbandata come neutralità o come generica predica moralistica. La caduta di ogni tensione radicalmente trasformativa, l’accettazione del gergo semplificato della comunicazione massmediale, il decadimento dell’arte, non più attrito sovversivo e rottura delle forme date ma collezione di performance innocue. Siamo usciti dal Novecento ma per tornare indietro, con una cultura garbatamente disimpegnata quando non piegata in posa penitente per aver osato troppo e comunque incapace di reggere un conflitto strutturalmente impiantato per il cambiamento e il superamento ‘dello stato attuale di cose’. E infatti non esce nessun grande libro, i luoghi della politica sono occupati da un tipo umano residuale e improbabile, la politica non abita più qui, nelle istituzioni senescenti occupate da logiche privatistiche e, come vediamo in diretta, da cecità strategica, da analfabetismo progettuale.

Sono passati pochi anni da quando un organizzatore del Salone Internazionale del Mobile così spiegava la collaborazione con il Piccolo Teatro di Milano: “Non so come, ma le idee che vengono messe in scena danno poi forma al design, ai nuovi modelli che noi produciamo”. Oggi non solo Regione Lombardia si vanta di proibire la riapertura delle librerie (Amazon ringrazia) ma l’Associazione Costruttori può candidamente dichiarare: “Da pazzi preferire la cultura all’edilizia”. Il problema non riguarda solo chi confonde l’esercizio del pensiero con la prontezza nel risolvere i cruciverba domenicali. E’ disattivata la funzione intellettuale e l’inerente attitudine a provocare trasformazioni radicali, tangibili, materiali non è più percepibile, mentre una concezione riduzionista della cultura inaridisce perfino il percorso dei troppi studiosi incanalati lungo la filiera del più estenuato specialismo.

Eppure: esiste una domanda esigente di senso, forse confusa ma diffusa, che non trova un’offerta adeguata o incontra solo relitti di identità ideologiche spente, che riepilogano la stanchezza di formule scontate, incomprensibili per le nuove generazioni. In un mondo che parla di virus, di reti, di esodi migranti, il conflitto chiama a nuove forme, interpella direttamente l’intelligenza dei corpi, vuole un’immaginazione capace di contenere le pulsioni traboccanti ma intramata di concreto senso storico.

Non abbiamo risposte ma possiamo intuire la direzione, se facciamo di noi stessi un laboratorio sperimentale, se accettiamo che la partita attraversi le nostre vite. L’intenzione alta di Machiavelli, applicata alle battaglie immediate, che possiamo fare subito. Con il gesto che rompe l’unanimismo da reclusi, con il rovesciamento delle telelezioni in occasioni di paideia orizzontale, con l’adozione di un metodo che rompe gli steccati disciplinari e nega la separatezza dispotica delle ‘competenze’, come già stiamo facendo in Corpiepolitica quando scrutiniamo materiali scientifici (vedi l’invito a ‘fare scienza dal basso’ ).

Un tentativo che non cerca di esprimere quello che sappiamo già ma di proteggere invece lo slancio comune per raggiungere nuova conoscenza e nuova determinazione politica, di comprendere in maniera attiva quello che sta già succedendo in noi nella pressione della svolta in atto.