Eclisse della politica. La cosa pubblica nelle mani dei ‘sapienti’

di Giuseppe Ieraci
(da Il Dubbio, 9.4.2020)

Mandare in quarantena l’Italia è probabilmente una risposta tecnica adeguata ad affrontare un singolo aspetto del problema (la diffusione del contagio), ma questa risposta solleva ulteriori problemi ed aspetti sociali ( chiusura di scuole, università, luoghi di aggregazione), politici ( limitazione delle libertà individuali) ed economici (sospensione delle attività produttive e commerciali) sui quali il virologo è totalmente incompetente.[…] Il paradosso è servito: la competenza dell’esperto genera nuovi problemi per affrontare i quali egli è incompetente mentre la politica si nasconde.

Nell’Alcibiade platonico, Socrate convince il giovane ambizioso che in politica si possano offrire consigli solo se si è competenti in un certo campo, avvalorando la tesi che l’attività politica spetti ai sapienti e ai virtuosi.

Evidentemente, il principio socratico è “elettivo”, ma non nel senso democratico che abbiamo in mente noi contemporanei: si può governare se si fa parte degli eletti per sapienza e ‘virtù’, non certo perché si siano conseguiti più voti. Da sempre, il rapporto tra conoscenza e politica è al centro della riflessione, e in un articolo de “Il Fatto Quotidiano” del 28 marzo Luigi Pellizzoni pone giustamente il problema del ruolo degli esperti – dunque dei ‘sapienti’ – nelle decisioni pubbliche. Ricerche recenti nell’ambito dell’analisi delle politiche pubbliche hanno infatti gettato luce sulla influenza crescente degli esperti di area nelle decisioni politiche, in particolare nelle emergenze e nei disastri ambientali.

La gestione della pandemia da Covid- 19 offre una interessante ulteriore verifica delle evidenze di quelle ricerche. Notiamo in queste settimane l’eclisse della politica e il campo è preso dai vertici dell’Istituto Superiore di Sanità e della Protezione Civile. Il governo della “cosa pubblica” in questo momento in Italia è saldamente nelle mani ‘sapienti’ di esperti di area.

Vi sono almeno tre ragioni che potrebbero spiegare questa trasformazione del processo politico democratico in caso di emergenze nazionali e/ o di crisi ambientali. In primo luogo, la complessità tecnica delle decisioni e della raccolta e gestione di dati quantitativi per sostenerle delegittimano la classe politica e possono renderla inaffidabile agli occhi dell’opinione pubblica. Occorrono risposte del tipo “se… allora”, come quelle tipiche della spiegazione scientifica.

Nessuno si fiderebbe delle opinioni di un politico su come sconfiggere un virus e quando qualcuno di questi ci ha provato (Boris Johnson con la sua tesi della “immunità di gregge”) è stato sbeffeggiato e messo in silenzio. Nel caso Covid- 19 avevamo bisogno di una raccolta sistematica di dati sulla diffusione del contagio e di risposte ‘certe’ su come contenerlo.

In definitiva, la gestione delle crisi e delle emergenze favorisce la trasformazione implicita di qualsiasi unità tecnica in un’unità politica, poiché solo le unità tecniche controllano il know how e inevitabilmente finiscono per svolgere un ruolo centrale e politico nella formulazione del problema e nella ricerca di una sua soluzione. In emergenza, le decisioni vengono prese sulla base di valori condivisi e sono legittimate da informazioni tecniche e scientifiche fornite da esperti, comitati tecnici e altre agenzie esterne. La classe politica tace.

In secondo luogo, le procedure costituzionali complesse, per esempio i passaggi parlamentari, e i tempi della democrazia sembrano non compatibili con la necessaria rapidità della decisione in tempo di crisi. L’esperto e lo scienziato non discutono – se non con i loro pari. L’esperto comanda, servendosi della sua autorità cognitiva e inibisce nel
destinatario. la critica. In questo modo, si raggiungono decisioni rapide e univoche e la sospensione della democrazia sembra necessaria al raggiungimento di decisioni effettive.

In terzo luogo, la classe politica approfitta della gestione delle crisi per mettersi al riparo degli esperti, perché, se hanno detto loro, così deve essere. Abbiamo assistito in queste settimane alla trasformazione della nostra democrazia nel Governo del Presidente del Consiglio, la cui decretazione è stata legittimata dal parere degli esperti di area.

La classe politica si fa scudo nelle decisioni del parere di esperti e tecnici di area. Si aggiunga che in questo modo la classe politica non assume un ruolo diretto nella gestione delle crisi, qualsiasi decisione è legittimata dall’emergenza e dal parere degli esperti e alla classe politica non potrà essere imputato in sede elettorale l’eventuale fallimento. Pellizzoni giustamente sottolineava che in una decisione sono sempre implicati una moltitudine di fattori che rendono la “competenza tecnico- scientifica” di area una lente d’ingrandimento di qualche singolo aspetto, che ci fa smarrire però completamente il quadro complessivo.

Per cogliere questo quadro complessivo, disgraziatamente e per paradosso, non ci sono ‘competenze’ ma c’è (c’era) la politica. Per esempio, mandare in quarantena l’Italia è probabilmente una risposta tecnica adeguata ad affrontare un singolo aspetto del problema (la diffusione del contagio), ma questa risposta solleva ulteriori problemi ed aspetti sociali ( chiusura di scuole, università, luoghi di aggregazione), politici ( limitazione delle libertà individuali) ed economici (sospensione delle attività produttive e commerciali) sui quali il virologo è totalmente incompetente.

Il paradosso è servito: la competenza dell’esperto genera nuovi problemi per affrontare i quali egli è incompetente. Questo paradosso era ben noto al filosofo francese Bertrand De Jouvenel, che giustamente sosteneva che in politica non ci sono mai soluzioni ai problemi, non certo nel senso che il termine “soluzione” assume per lo scienziato o l’esperto di area.

Il caso Covid-19 e altri di gestione di emergenze segnalano un’emarginazione relativa della classe politica. Le decisioni vengono di fatto assunte da tecnici e professionisti, che non sono politicamente responsabili e che esercitano una discrezione illimitata nelle loro azioni. Ma “responsabilità dei decisori” e “ambiti di applicazione prevedibili” delle loro decisioni sono le due pietre angolari di qualsiasi sistema democratico. La democrazia è sospesa nella gestione delle emergenze e delle crisi ambientali.