Al ballo mascherato della viralità. Sull’obbligo di coprirsi la faccia anche quando non serve

di Wu Ming
(da Giap, 8.4.2020)

Perché da un po’ di giorni ce la stanno menando così tanto con la mascherina? Perché alcune ordinanze regionali l’hanno già resa obbligatoria quando si esce di casa, nonostante medici, scienziati e la stessa OMS ripetano che indossarla ovunque è improprio e persino rischioso? Perché politici e amministratori si fanno fotografare accanto a cargo pieni di mascherine? Che scontro politico c’è intorno alla mascherina? Che ruolo avrà la mascherina nella cosiddetta «Fase 2» dell’emergenza coronavirus? Proviamo a fare il punto.

 

«Le mascherine erano pantomima». Così scrivevamo il 25 febbraio, nella prima puntata del nostro Diario Virale. In quell’epoca remota, poteva sembrare un’affermazione troppo netta. Gli ultimi dieci giorni di emergenza dimostrano invece quanto fosse precisa.

Dai titoli dei giornali – Repubblica su tutti – a proposito del «virus che circola nell’aria», alle ordinanze sull’obbligo di uscire mascherati, fino alle promesse a mezzo stampa di distribuire al popolo milioni di mascherine: intorno ai dispositivi di protezione individuale monta uno spettacolo sempre più evidente.

La prima puntata del Diario insisteva, poche righe più sotto:

«Comprare la mascherina era un modo per sentirsi efficienti, pronti alla battaglia. Omologati e quindi più sicuri. Era il desiderio per un oggetto solo perché lo desiderano gli altri. Un mix di consumismo e paranoia. La mascherina era l’equivalente individuale, personal, delle “misure di prevenzione” imposte alla cittadinanza. Contava il gesto: come certi eroinomani che rimangono dipendenti dal buco, anche senza iniettarsi la roba. Pura funzione apotropaica. Un talismano.»

Anche questo passaggio poteva suonare ardito, e oggi ancor di più. «Ma come vi permettete di definire “un talismano” le misure di prevenzione, quando ci sono decine di migliaia di morti da Covid19 e migliaia di contagiati in terapia intensiva? Forse che dovevano restare aperte le scuole, i teatri, i bar di quartiere?»

Sostenere che un gesto ha una dimensione teatrale non significa negare che abbia anche altre ragioni, oltre a quelle più spettacolari. L’agire sociale ha sempre una componente teatrale: guardare ed essere guardati, invidiare, sedurre, attirare e distogliere l’attenzione. Non siamo dualisti, né crediamo all’opposizione tra natura e cultura, quindi non ci interessa distinguere, nelle misure di contenimento del contagio, gli aspetti scientifici da quelli “di facciata”. La mistificazione avviene quando si pretende di fornire una giustificazione tecnica per un provvedimento politico, usando a sua volta la scienza come una maschera per coprire altri interessi.

Chi sostiene che il contenimento del contagio impone di stare a casa fa esattamente questo, perché il contagio si contrasta con la distanza fisica tra i corpi, non c’entrano le case, che sono ambienti chiusi, favorevoli al diffondersi delle malattie, dove una certa distanza è pure difficile da mantenere. È questo a rendere teatrali il divieto di frequentare i parchi, le multe per passeggiata clandestina, le mascherine indossate all’aperto e i camion dell’esercito per trasportare le bare. I morti c’erano, e c’era la necessità di seppellirli fuori dai cimiteri della Bergamasca, ma la scelta di quel mezzo di trasporto, tra i tanti possibili, ha una giustificazione teatrale che non può essere negata.

Ed è spettacolo anche il divieto di celebrare i funerali, perché si potrebbero trovare mille modi per farlo lo stesso, almeno con i parenti stretti, a debita distanza, come del resto hanno scelto di fare altri paesi. Vietare i funerali è solo un modo di alzare l’asticella della tragedia: se non possiamo nemmeno piangere i morti al cimitero, allora siamo pronti per accettare qualunque obbligo. Vale tutto.

Da qualche giorno le mascherine sono la nuova frontiera del teatro d’emergenza. Di sicuro a Palazzo Chigi stanno valutando se imporre l’obbligo di mascheramento su tutto il territorio nazionale. Lombardia e Toscana lo hanno già annunciato. In alcuni comuni, come Trino Vercellese, è stato introdotto già da tempo, con multe per chi non lo rispetta. Idem nella provincia autonoma di Bolzano, dove hanno illustrato la misura in maniera davvero eloquente: «Coprire la bocca ed il naso – si legge nel comunicato stampa – divengono quindi un dovere sociale. Si tratta di un segno necessario e tangibile di responsabilizzazione reciproca».

Allo stesso modo, l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, in collegamento con Agorà, su Rai 3, ha sostenuto che «la mascherina da oggi in poi sarà semplicemente un gesto di buona educazione»
. E il virologo Fabrizio Pregliasco, in un’intervista sull’Huffington Post: «Le mascherine danno un senso di sicurezza».

Un segno, un gesto, un «senso di sicurezza». Il dress code per partecipare al Ballo Mascherato del Coronavirus. Al punto che chi non possiede una mascherina viene invitato, da alcuni amministratori, a coprirsi con una sciarpa o un foulard. Nonostante proprio questa pratica venisse scoraggiata nelle FAQ del Ministero della Salute:

«Non è consigliato l’uso di maschere fatte in casa o di stoffa (ad esempio sciarpe, bandane, maschere di garza o di cotone), queste infatti non sono dispositivi di protezione e la loro capacità protettiva non è nota.»

La frase compariva sotto alla domanda 6: «Devo indossare una mascherina per proteggermi?». Nella versione più recente, il riferimento alle sciarpe è scomparso. Chissà perché. Tuttavia, si legge ancora che

«L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di indossare una mascherina solo se sospetti di aver contratto il nuovo Coronavirus e presenti sintomi quali tosse o starnuti o se ti prendi cura di una persona con sospetta infezione da nuovo Coronavirus. […] è possibile che l’uso delle mascherine possa addirittura aumentare il rischio di infezione a causa di un falso senso di sicurezza e di un maggiore contatto tra mani, bocca e occhi.»

Quest’ultima frase è tradotta dal Q&A dell’European Center for Disease Prevention and Control.

Più sotto, in risposta alla domanda 7 – «Come devo togliere e mettere la mascherina» – si dice che

«le mascherine in stoffa (es. in cotone o garza) non sono raccomandate.»

Quindi, immaginiamo, a maggior ragione non saranno raccomandate le bandane.

Ecco allora che sindaci e governatori provano ad aggirare il problema di chi non ha la mascherina e non la può comprare, perché non se ne trovano in giro. Scattano così gli annunci di distribuzione gratuita. Annunci che fin da subito creano problemi, disguidi, inutili assembramenti di persone a caccia dell’ambito oggetto del desiderio. Un mix di impreparazione e tragedia che è lo specchio esatto di come l’Italia sta gestendo, fin dall’inizio, quest’emergenza sanitaria. Con la complicità di giornali che rilanciano notizie non ancora confermate, nella solita gara a chi arriva prima on line.

Ieri, 7 aprile, Repubblica Bologna titolava: «Mascherine gratis per tutti da domani». L’articolo, più volte rimaneggiato nel corso della giornata, sosteneva che sarebbero state distribuite in farmacie, edicole e tabaccai. Oggi, 8 aprile, il quotidiano corregge: «Da giovedì, due milioni di mascherine gratuite davanti ai supermercati e alimentari».

Nell’articolo del 7 aprile, è significativo soffermarsi sulle dichiarazioni dell’assessore Donini: «Avendo delle scorte nei nostri magazzini, ci siamo resi conto che ci potevamo pemettere di iniziare subito la distribuzione nelle farmacie per i cittadini». Viene da chiedere: come mai «avendo delle scorte» vi siete «resi conto» proprio adesso che potevate regalarle al popolo?

Non abbiamo potuto rivolgere la domanda direttamente a Donini, ma più avanti cercheremo la risposta. Un primo indizio è il commento del governatore Bunazzén alla notizia che Alan Fabbri, sindaco leghista di Ferrara, ha imposto l’uso della mascherina nei luoghi pubblici del suo comune, uno dei meno contagiati di tutto il Nord Italia: «Noi siamo abituati a parlare con i fatti, e così proviamo a fare anche questa volta. Mettiamo subito a disposizione le mascherine a tre emiliano-romagnoli su quattro. Senza proclami, facciamo ciò che è necessario per fermare il contagio». Singolare che l’espressione «senza proclami» compaia in quello che è, a tutti gli effetti, un proclama.

Di certo, le parole del governatore dimostrano che è in corso una battaglia politica e che le mascherine vengono usate alla stregua di volantini elettorali. Tanto varrebbe stampigliarci sopra la faccia del munifico donatore. E pazienza se si tratta di mascherine chirurgiche, monouso, da buttare dopo il primo utilizzo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel suo Q&A sul coronavirus, dice esplicitamente che

«se non hai i sintomi del Covid19, soprattutto tosse, o non ti stai occupando di qualcuno che li ha, allora stai sprecando una mascherina».

E sottolinea l’importanza di un «uso razionale delle mascherine chirurgiche per evitare l’inutile spreco di preziose risorse e il loro utilizzo scorretto».

Interpellato da Ed Yong per un articolo su The Atlantic, il professor Joshua Santarpia ha puntato il dito proprio sulla difficoltà di usare bene la mascherina da parte della gente comune, col risultato di aumentare il rischio di contagio:

«Invece di proteggerti, ti sei messo in faccia qualcosa che ti spinge a toccarti il viso, o a toccare l’esterno della maschera, che magari è infetto. Hai creato un rischio per te stesso e te lo sei messo dritto in faccia».

L’autore del pezzo – che più volte ha sostenuto la necessità di misure anche molto impopolari di lockdown – scrive con grande onestà che «In Asia, le mascherine non sono soltanto uno scudo. Sono anche un simbolo. Sono un’affermazione di senso civico e responsabilità. Le mascherine possono essere il segnale che una società sta affrontando seriamente la pandemia».

Da tutto questo, appare chiaro che mancano fondate motivazioni scientifiche per imporre l’uso della mascherina ogni volta che si esce di casa. Con buona pace del governatore Fontana, che si è giustificato dicendo «Ho preso questa decisione perché tantissimi scienziati ci dicono che è più opportuno», ma affrettandosi ad aggiungere, nella stessa frase, «e in ogni caso più rispettoso verso gli altri».

D’altra parte, come abbiamo detto, nessuna scelta politica si riduce a una motivazione scientifica, per quanto incontrovertibile. E in questo caso si tratta pure di una questione sulla quale «tantissimi scienziati» dicono l’esatto contrario di quanto imposto dalle ordinanze.

Il margine del teatro, quindi, si fa più ampio. E dunque: quale sarà la vera motivazione di questo ballo in maschera? E perché si è scatenato ora, quando il contagio rallenta, mentre sarebbe stato più normale aspettarselo nei giorni della lunga salita verso «il picco»?

Le risposte possibili sono più d’una.

Anzitutto, c’è una questione d’immagine. In un momento come questo, dove tutto lo spazio politico e dell’informazione è saturato dal discorso sul virus, un sindaco e un governatore, per non sparire dal radar dei cittadini, devono “fare qualcosa” contro il contagio. Ma poiché il governo nazionale ha già preso misure molto stringenti in questo senso, l’unico modo per “fare qualcosa” è “fare di più”. Il “non-fare” infatti, “non-fa” notizia, anche quando sarebbe benemerito, come insegna il taoismo.

Ecco allora che parte un gioco al rialzo, dove la politica non è più un calcolo del rischio e del giusto principio di precauzione, ma un aumento delle misure messe in campo, per quanto inutili. «Andare oltre» significa “fare di più” quindi essere meglio, più attivo. Come quando per la sicurezza degli abitanti, una strada cittadina viene illuminata a giorno. Se «luce uguale sicurezza», allora «più luce uguale più sicurezza».

Questa prima interpretazione può spiegare il comportamento di alcuni amministratori, e la gara che si è innescata tra loro. Ma lascia scoperta l’altra questione: perché proprio adesso?

Perché adesso inizia la fase 2. Deve iniziare. Ce lo dicono i numeri e soprattutto: ce lo chiede Confindustria.

Il 28 febbraio, nella seconda puntata del nostro Diario virale, abbiamo scritto che

«gli amministratori si trovavano in un paradosso a spirale, una trappola senza uscita: non sapevano come rimangiarsi il “decisionismo” e il celodurismo di pochi giorni prima. Revocare le direttive inutili mentre il virus era ancora in giro non equivaleva forse ad ammettere di avere sbagliato tutto, o almeno di avere esagerato? L’altra opzione era fingersi imperterriti, mantenere in essere le direttive in nome di una loro presunta efficacia, almeno per un’altra settimana, poi si sarebbe visto. […] in attesa… di cosa?
Di un vaccino? Della bella stagione? Ch’al vgnéss zò la Madòna?»

Ecco. Ora siamo proprio a quel punto. Se il contagio “rallenta” è pur sempre vero che il numero di casi e di decessi è ben lontano dall’essere “fuori dall’emergenza”. E se rallenta, non si possono comunque allentare le misure di contenimento, perché lo spettacolo vuole che siano proprio quelle misure, e non altre, ad aver ottenuto il risultato tanto atteso.

Eppure, bisogna riaprire le fabbriche, mandare le persone al lavoro. Anzitutto, sostenendo che in queste due settimane di “chiudi tutto” sono state implementate eccezionali misure per la sicurezza dei lavoratori. In secondo luogo, l’allentarsi delle misure dev’essere giustificato da qualche misura ulteriore. Qualcosa che permetta di dire che non si sta tornando indietro.

Quel “qualcosa” è la distribuzione gratuita di mascherine, l’obbligo di indossarle e in generale un aumento del controllo, al quale assisteremo nelle prossime settimane, con parossismi in coincidenza della Settimana Santa: checkpoint per impedire la «fuga nelle seconde case», multe per i furbetti, droni sui boschi e tutto l’armamentario dispiegato al massimo. E al contempo: video di bimbi che piangono perché non possono uscire, di nonni tristissimi per la Pasqua in isolamento, di imprenditori pronti a riaprire l’azienda.

In questo modo la narrazione mediatico-governativa riuscirà a sopravvivere nella fase 2, a rigenerarsi contraddittoriamente, allentando la presa sulla libertà di movimento per salvare le attività produttive e al contempo omologando e militarizzando ulteriormente la vita sociale.

Per parafrasare una vecchia gag di Corrado Guzzanti… Non faremo la fine della Corea, non faremo la fine della Cina o della Germania. Faremo la fine dell’Italia.