“Médecine partout, justice nulle part”. Intervista a Alain Damasio

“Médecine partout, justice nulle part”.
Intervista a Alain Damasio

Traduzione di Giacomo Confortin (da Libération, 31.3.2020)

Sulle colonne di “Libération” del 31 marzo scorso, a firma di Nicolas Celnik, veniva pubblicata l’intervista al noto scrittore Alain Damasio, di cui i lettori di fantascienza avevano atteso ben quindici anni l’uscita del nuovo romanzo, Les Furtifs (La Volte, 2019), dove questi racconta una prossima società del controllo, che ora gli pare essere scesa inesorabile al presente. Alla domanda se sia desiderabile questa imposizione di disciplina ai cittadini, visti i rischi che corre il sistema sanitario mondiale, Damasio risponde:
“È utile senza dubbio. Ma indispensabile? Assolutamente no. E voglio rispondere con un’altra domanda: le leggi antiterrorismo che con Sarkozy hanno inaugurato una incessante, drastica regressione delle libertà personali (di comunicare senza essere tracciati, di spostarsi, di manifestare, di esprimere opinioni ritenute pericolose, etc.), in nome di uno stato d’emergenza supposto, queste misure sono state nel tempo abolite? Almeno riviste? Diciamo contenute? Niente affatto.”

Il problema che viene affrontato per rapide, piccole provocazioni è quello che si trova nella citazione da Sorvegliare e punire evocata repentina da Damasio: “La peste come forma di disordine ad un tempo reale e immaginario ha per correlativo sia medico sia politico la disciplina”. Sembra a Damasio che questa misura di contenimento sia piuttosto autoritaria che sanitaria?
“Quello che percepisco, molto semplicemente, come cittadino, è che la medicina non è, o non dovrebbe essere, un lavoro di polizia. (…) In Francia non abbiamo saputo trovare e isolare i contagiati, dunque isoliamo tutti, in massa, oplà, circolare! Ah, no… non circolate affatto, restate a casa, il tempo di trovare delle mascherine, di rendere operative le strutture per fare i test e di ripristinare i posti letto che abbiamo abbattuto per ignominia di rendiconto. (…) L’urgenza o il panico non giustificano niente e nessuno. Dovrebbero invece richiamare alla discrezione, alla cautela, alla sobrietà giuridica. (…) Inscenare l’ansia e stimolarla con un accumulo di statistiche parziali, come per fare leva su quell’effetto tanto dilagante che è la paura, e diffonderla a ciclo continuo attraverso un’oscena inflazione mediatica, tutto ciò è una classica strategia per far avallare la stretta securitaria.”

Per adeguarsi alla lingua giornalistica, si può dire che Damasio non usi mezzi termini quando parla dei Gilets jaunes. Il “côté bo-bo”, ovvero lo spirito ibrido borghese-bohémien che insidia i manifestanti francesi delle “manifestazioni sagge”, non serve più a nulla, aveva detto altrove. Riferendosi a quelli:
“Dopo aver picchiato, ferito, mutilato migliaia di persone nel 2019, nel 2020 la polizia non ha il diritto di decidere chi può uscire, muoversi, fino a dove e come farlo. Essa non può essere il braccio armato di una massiva incompetenza sanitaria. Sta dunque a noi di organizzarci, di attivarci in reti solidali, di sostenere chi ci cura, di decidere cosa sarà del nostro domani.”

Verso l’epilogo, ricordando che secondo Serge Lehman la fantascienza è l’arte di reificare la metafora, Damasio si addentra nella realtà con le sue armi di scrittore, impegnato nella lotta al Digitale – l’altra magna quaestio del nostro tempo in quarantena – ovvero della schiavitù sotto il Digitus. Se tanto poco era occorso a Brunelleschi per liberare il corpo dello spettatore, una lieve torsione del Cristo in croce, per far sì che la scultura creasse uno spazio da percorrere, altrettanto poco occorre a chi adora le catene intelligenti del cellulare per tornare all’unica visione frontale, allo spazio distrutto ma lusinghiero, quello che dal bastone fa pendere davanti i nostri occhi il capitalismo globalizzato.
“Misuriamo male talvolta fino a che punto quei racconti fantascientifici di liberazione mediante il mondo virtuale dipendano, in realtà, da un desiderio estremamente antico e potente, quanto i Sapiens forse: il desiderio di sovvertire i nostri quadri ontologici, la nostra condizione ‘piattamente’ umana. Una sorta di desiderio di essere Dio. Il virtuale che è offerto dal sistema di interconnessione ci scarcera dalle nostre vite attuali. Non siete più condannati al qui ed ora, hic et nunc: potete essere everywhere everytime: ovunque nel tempo. Non vi è assegnato un corpo solo coi suoi limiti – la sofferenza, la lentezza, la fatica, l’invecchiamento, la morte: potete morire e rinascere, be respawn, moltiplicarvi, più forti, più rapidi, accessoriati, transumani.”

Nicolas Celnik, Alain Damasio: La polizia non dev’essere il braccio armato di una massiva incompetenza sanitaria
Libération 
online, 31.3.2020.