Silenzio. Catania prigioniera

di Alberto Giovanni Biuso
(7.4.2020)

Ho percorso strade della città dove di solito si incontrano migliaia di persone. Stavolta le ho potute contare: non più di dieci, alcune con i cani, altre senza. Per il resto, auto dei carabinieri e della polizia, una jeep dell’esercito, alberi che stormiscono, balconi vuoti, strade deserte, poche luci anche dentro le case. Silenzio.

Una città sparita. E quale città! Catania, la vivace, la rumorosa, l’allegra. I catanesi dissolti non certo per senso del dovere ma per il terrore e l’abitudine. Due delle forze che guidano da sempre l’autorità. Il terrore di qualcosa di invisibile pronto a intaccare i propri polmoni. L’abitudine a rimanere nelle tombe delle proprie case. In piazza Duomo ho sentito persino da lontano il rumore della fontana dell’Amenano, u linzolu per i catanesi. L’ho sentito per la prima volta nel silenzio assoluto dello spazio ridotto a memoria di ciò che per gli abitanti di questa città è il luogo per eccellenza, il luogo sacro di Sant’Agata.

Ho pensato ancora una volta a Dissipatio H.G. di Morselli, certo. Ma ho pensato che fossero davvero tutti morti.
Spariti non certo nella lucidità del senso civico, improbabile dalle nostre parti, ma nelle bare della paura. Nel feretro dei numeri ripetuti dalla televisione a ore fisse. Numeri ossessivi come i versi delle apocalissi, numeri che gelano non per la loro cifra ma per il fatto che «potrei esserci io dentro quei numeri».

Certo, potremmo esserci tutti. Ma ci siamo già tutti. L’infinitesimo del quale biologi e chimici discutono se sia vivo o se sia morto ha cancellato lo spaziotempo della πόλις, ha spinto gli umani nelle loro tane, nelle trappole del loro terrore. Spero che la vivacità dei catanesi e di ogni altra città non si abitui a questo vuoto e si ribelli alla morte sociale di cinque milioni di siciliani che si accompagna alla morte biologica di 125 persone (dato ufficiale a oggi) in tre settimane di prigione.