La partita è simbolica. Kefiah: un’alternativa a maschere e mascherine

di Peppe Nanni (7.4.2020)

“Milano si arrende e mette il velo”. Quando oggi, aprendo una ricerca on line, mi sono imbattuto in questo titolo, ho pensato che Il Giornale stesse celebrando l’ultimo editto in tema di maschere del Governatore Fontana.

Invece si tratta del grido d’allarme per l’islamizzazione incipiente delle contrade lombardo venete, lanciato nell’agosto 2018, praticamente ieri, per accompagnare la richiesta di inasprire le norme anti-terrorismo (le emergenze son tutte sorelle) già introdotte con l’art 5 della Legge 152/75, che vieta di coprirsi il volto (“travisandosi”) quando si frequenta un luogo pubblico.

Il 5 aprile abbiamo festeggiato la conversione (ir)religiosa a centottanta gradi dell’Amministrazione lombarda, che si aggiudica questa manche nella gara bipartisan a emanare i divieti più nocivi e rigorosamente contraddittori. Le mascherine, appunto, non sono ancora in circolazione – dopo essere state negate a suo tempo agli operatori sanitari del Trivulzio che ne avevano davvero bisogno – e neppure è dato sapere quale categoria tecnico morale di strumenti sarà unta d’ortodossia. Pare infatti che la scelta tra le tipologie imponga un trilemma amletico.

Un medico bolognese, il dottor Alessandro Gasbarrini dell’Istituto Rizzoli, ha finalmente sciolto i dubbi relativi al corretto uso delle mascherine. La mascherina da chirurgo, quella azzurra, verde, bianca, talvolta color carne, è altruista. Protegge gli altri ma non chi la porta. Anche se, aggiunge il dottor Gasbarrini, è largamente sufficiente a fermare il contagio. La mascherina FFP2 e FFP3 senza valvola è intelligente: protegge sia chi la porta, sia chi gli sta intorno. La mascherina FFP2 e FFP3 con la valvola è egoista: protegge chi la indossa ma non gli altri, perché non trattiene il virus in uscita. In realtà, il dottor Gasbarrini usa per questo terzo caso il termine tecnico: “È la maschera dello stronzo”.

Nella certezza che nessun leader politico vorrà farsi riconoscere dietro la maschera del terzo tipo e nella speranza di non dover assistere alla lotta tra seguaci di Masoch e darwinisti sociali, voglio credere che le maschere ‘intelligenti’ non provochino gli stessi danni collaterali degli omonimi missili, come purtroppo si ricava leggendo le recensioni in rete. Ma il problema non si pone, visto che il loro costo proibitivo mal si adatta alla campagna di massa in stile nordcoreano in corso, sia in caso di distribuzione a pioggia con consegna casa per casa, con finalità elettoralistiche, sia che ne venisse imposto l’acquisto individuale, approfittando della florida congiuntura economica.

Quindi le mascherine obbligatorie in arrivo, praticamente inutili, non potranno che adempiere una funzione simbolica di espiazione collettiva, un rito di muta ubbidienza per celebrare superstiziosamente la vana sottomissione a un simulacro di potere salvifico, la farsa che rende anonimi senza restituire effetti di solidarietà. Il Carnevale triste che annega la politica e le sue categorie.

Impossibile prendere sul serio questa fiction senza regia. Ma c’è una linea di fuga, per chi non vuole partecipare alla messinscena inconsistente demandata a colpevolizzare il pubblico e coprire così l’incapacità gestionale di una crisi sanitaria sanguinosa.

Nella consueta andatura sgangherata, l’ordinanza Lombarda ammette benevolmente l’uso di succedanei della mascherina: imbarazzato per le prevedibili carenze e i ritardi nelle forniture, certo dovute non a se stesso ma al sabotaggio dei disfattisti, Fontana aggiunge:

“Non siamo così matti da prevedere un’ordinanza che non sia realizzabile, lo sappiamo benissimo che le mascherine sono poche e che sono di difficile reperimento. Nell’ordinanza abbiamo detto che ogni volta che ci si reca fuori dall’abitazione si devono adottare tutte le misure precauzionali consentite e adeguate a proteggere se stessi e gli altri dal contagio, anche utilizzando la mascherina. O, in subordine, utilizzando qualunque altro indumento per coprire il naso e la bocca” (v. dichiarazioni sul sito rainews.it).

Con il conforto di un Provvedimento tanto lucido e rigoroso da smentirsi nell’atto stesso della sua enunciazione e in armonia con lo spirito vagamente mediorientale insufflato nei polmoni del Governatore, mi sono sentito autorizzato a riprendere la mia Kefia per proteggermi politicamente durante le felici sortite fuori casa. Portandomi addosso l’emblema del popolo palestinese, letteralmente murato ma non ancora arreso.

Per chi vuole condividere un gesto di libertà estetica ma abbia perso la vecchia sciarpa, l’ultimo degli artigiani di Hebron vende quella originale, https://www.kufiya.org/it/. “E se cercate altri significati della Kefiah, li trovate negli occhi di chi la indossa”.