Pensieri da Quarantena

di Ivan D’Urso
(3.4.2020)

A Marinella

Cosa è cambiato?

Il 26 marzo 2020 mi sono posto questa domanda mentre ricevevo, come accade dai primi mesi dalla mia nascita, la terapia che mi mantiene in vita. Io vivo grazie al sangue dei miei simili: mi rinnovo nell’incontro, nella sintesi tra dono e necessità. Tra pochi giorni sarà l’anniversario della mia laurea ma qualcosa è cambiato, mentre ricevo la trasfusione il personale medico è in fermento, ci viene comunicato che saremo presto trasferiti in una nuova sede e i locali attuali diventeranno un reparto di terapia intensiva per i malati di Covid-19. Qualcosa è cambiato, e osservo il ritmo della goccia che scende, i tubi entrano nelle mie vene, o sono io che mi estendo nel sintetico, non saprei dirlo dopo tanti anni, la mia è l’epoca del Cyborg, riesco solo a percepire che qualcosa di invisibile mi espone al pericolo. Siamo in quarantena, lo siamo già da settimane, la minaccia assume forme che vanno oltre il contagio. 

Temo per il mio futuro anche se cerco di non darlo a vedere, la storia mi ha insegnato che la burocrazia è una macchina in grado di creare gerarchie, dove il valore di una vita umana viene misurato in base all’utilità e alle definizioni di priorità del momento storico, ma prima di poter comprendere pienamente il cambiamento avvenuto, l’allarme carenza di sangue diventa una realtà. 
Qualcuno una volta disse che «la disabilità è uno specchio in cui nessuno vuole riflettersi». Le persone sono chiuse in casa, i donatori di sangue hanno paura di uscire, nell’incontro di cui vivo ora la collettività avverte un pericolo, nessuno è esente dal rischio di venire contagiato: nell’altro ora ciascuno rammenta la propria finitudine. 
Foucault ha sostenuto che la strategia utilizzata dalla società per escludere il diverso consiste nel nasconderlo, celarlo, rinchiuderlo in spazi appositi. In questo momento di crisi diventano le nostre case il luogo della censura, e io avverto, forse grazie anche alle molte vite che mi scorrono dentro, all’alterità di cui sono composto, che l’incontro viene sostituito da un suo astuto ed eterodiretto surrogato: l’omologazione.

Persino tra i miei coetanei, tra cui ci sono studenti brillanti e aspiranti ribelli, si assume il linguaggio della rassegnazione. Le forme del potere si manifestano attraverso strategie linguistiche e all’interno dei numerosi gruppi WhatsApp le parole vengono sostituite da catastrofici titoli di testate online (articoli che non vengono aperti né analizzati ma soltanto condivisi)
Qualche emoticon, rare riflessioni di accompagnamento e come in un linguaggio fatto di lemmi spaventosi a un articolo segue uno più cruento e così a oltranza in un dialogo paradossale. 
Con stupore avverto il cambio di rotta di questi giovani brillanti, provo a utilizzare le parole ma ormai essi ragionano per immagini.  I Copywriter (i moderni articolisti) sono a conoscenza delle strategie per indirizzare l’informazione digitale: scrivere per attirare l’attenzione emotiva degli umani mediante il linguaggio imposto dalle macchine, titoli sensazionali, utilizzo reiterato di parole riconoscibili (keyword) e ciò al fine di avere maggiore indicizzazione nei motori di ricerca.  
Allo stesso modo molti tra i miei amici non riescono più a prestarmi attenzione, con una velocità disarmante i loro sensi sono stati colonizzati da un nuovo tipo di comunicazione.
La riflessione lucida e il senso critico vengono eclissati dal clima di grande apprensione ed è possibile entrare nel dialogo a patto di mostrare un’autocertificazione intellettualmente più meschina e coercitiva: la news del momento. L’informazione dunque non più come mezzo per ridurre l’incertezza, ma come strategia per condurre nel minor tempo possibile alla stessa soglia di confusione.
Così l’incontro inizia a sfumare assumendo la forma di una «echo chamber assoluta» dove il senso critico rappresenta una violazione di una ritrovata ed esasperata fiducia nei mezzi di comunicazione e nell’ordine costituito.
Un ordine che mi spaventa, che chiede pieni poteri, che propone intercettazioni sugli spostamenti dei cittadini e che rende le più essenziali espressioni di libertà perseguibili per legge. Qualcosa è cambiato e ho difficoltà nel percepire la vicinanza dei miei simili come un tempo, in momentanei stati di tensione temo di essere accusato un giorno non solo per quello che penso ma anche per quello che sono.

«stai a casa! stai a casa! stai a casa!». Continuano a ripetere. Ma io sono a casa e interiormente mi domando se non si riferiscano alla parte di me che è preferibile tenere nascosta, quella in cui nessuno vuole rispecchiarsi.
Ma io non sono stato istruito per la ribellione bensì ho seguito una vocazione forse ancora più temuta: l’amore per la conoscenza, che nasce come me, nasce dall’incontro con il diverso.
Io vivo grazie all’incontro di molti tempi che sommati formano il mio: il mio respiro, il mio battito cardiaco, il mio senso critico, la mia costante ricerca di libertà, il mio cammino.
Il mondo circostante assume a tratti l’aspetto di un Panopticon che attendeva soltanto di essere messo in azione, comprendo che la speranza e la diversità  sono in grado di trasformare un appassionato pensatore in un nemico pubblico. 

Nella Filosofia soltanto trovo conforto.
In essa e nel volto dei miei cari
Perché l’amore per la conoscenza manifesta un diverso tipo di incontro, quello con le proprie paure. Ma le paure affrontate diventano coraggio, diventano la reale libertà.
Come mi è stato insegnato da Alberto Giovanni Biuso «la Filosofia permette di sostenere lo sguardo della Medusa, facendo diventare LEI, una statua di pietra»
E sino a quando avrò la determinazione di interrogarmi, di porre domande, di osservare il mondo da diverse prospettive, non importa come o per quanti giorni ancora, io sarò vivo.
Perché ho visto la Medusa divenire di pietra.
Perché intuisco che probabilmente comprendere il proprio tempo significa essere disposti a perdonarlo per le sue follie al fine di non perdere la capacità di progettare un futuro differente.
Perché nonostante tutto so di non essere l’unico, come cantava la vecchia canzone.
E NOI ci siamo.
E siamo liberi