“Anime pezzentelle” e riti negati. Come elaboreremo questo lutto?

di Xenia Chiaramonte
(“Studi sulla questione criminale”, 29 marzo 2020)

“Fate bene alle anime del purgatorio!” 
Un mendicante

“Quelle cape sono la nostra storia”
Una anziana napoletana

“Doveva morire d’amore, la gente”
Paolo Conte

Anni fa, a Napoli, visitai una chiesa barocca dove ha luogo una specialissima devozione: quella per le anime pezzentelle. È la Chiesa di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco, dove sono raccolti centinaia di teschi, le capuzzelle, a cui i devoti affezionati dedicano le loro preghiere, nella speranza di ricevere in cambio aiuti, anche materiali, per sopravvivere alla vita terrena.

Il culto dei morti, delle anime è molto antico. A Napoli, la Chiesa, dopo averlo promosso, fece un passo indietro, per il fatto che questo genere di devozione mostrava eccessivi tratti pagani. Le anime dei defunti, infatti, non sono quelle dei santi, ma di comuni esseri, un tempo viventi, a cui vengono attribuiti influssi positivi e a cui il devoto offre consolazione per le pene.

Le anime pezzentelle sono le anime di coloro che, nel tormento e nel trapasso non hanno trovato conforto e non potevano essere accompagnate, nel tragitto verso l’inesorabile, da alcuno. Sono le anime degli appestati, che tradizione vuole immaginare in Purgatorio e in perenne logorio per colpe non espiate. Sofferenze che non hanno tregua, perché non hanno avuto modo d’essere condivise e liberate attraverso l’altro. La solidarietà fra i vivi e i morti è al centro di questa devozione e supera le strettoie delle istituzioni ecclesiastiche rimanendo pratica viva, popolare e diffusa anche oggi.

Quel che i poveri sono in vita, le anime pezzentelle sono nella morte. C’è uno stretto legame che unisce gli ultimi, tra i vivi, con le anime dei defunti. I poveri, infatti, sono la testimonianza terrena delle povere anime del purgatorio. Ecco perché ancora oggi si può sentir petere a un mendicante “Fate bene alle anime del purgatorio!”.

A causa della pandemia odierna, il povero e il ricco – un politico e un senzatetto – potenzialmente muoiono allo stesso modo e, a decidere, saranno le loro difese immunitarie, anche se, certamente come sempre, le condizioni date sono diseguali e, allora, il povero soffre e rischia di più, cosicché anche le sue difese possono trovarsi maggiormente compromesse.

Ho iniziato a riflettere sulle nostre anime pezzentelle da quando, agli inizi di questa pandemia – la si chiamava ancora epidemia – a fine febbraio, si additavano gli anziani, come i pressoché unici destinatari del virus. Ne aveva scritto Adriano Sofri, mostrando quello che alcuni sentivano già come oltraggioso: “tanto muoiono solo i vecchi”.

Il sottotesto era che la loro vita è dispensabile. Judith Butler ci ha fatto molto riflettere su questa questione e l’ha correlata alle riemersioni autoritarie. Anni fa, a Parigi – in un contesto, certo diverso, ma che offre simili opportunità – veniva preso di mira il Bataclan, e di lì cambiava lo sguardo verso l’altro in un modo da cui non siamo più tornati indietro; di sicuro, non è tornata indietro una città con l’esercito quotidianamente per strada, in ogni via del centro e ai bordi del Périphérique. Judith Butler si trovava proprio lì e coglieva l’ambivalenza della condizione: “lo ‘stato di emergenza’, anche se temporaneo, crea in realtà un precedente, per un’intensificazione dello “stato di polizia”. Si parla di militarizzazione (o meglio, del modo in cui “portarne a compimento” il processo), di libertà e di guerra all’’Islam’, quest’ultimo inteso come un’entità amorfa. (…)

Lo stato di emergenza dissolve la distinzione tra Stato ed esercito. La gente vuole vedere la polizia, una polizia militarizzata a proteggerla. Un desiderio pericoloso, per quanto comprensibile. Molti sono attratti dagli aspetti caritatevoli dei poteri speciali concessi al sovrano in uno stato di emergenza come, ad esempio, le corse in taxi gratuite, la scorsa notte, per chiunque avesse bisogno di tornare a casa, o l’apertura degli ospedali, per i feriti. Non è stato dichiarato il coprifuoco, ma i servizi pubblici sono stati comunque ridotti e le manifestazioni pubbliche vietate, ad esempio i rassemblements (‘assembramenti’), per piangere i morti sono stati considerati illegali.

A Parigi, si dichiararono tre giorni di lutto ma, al contempo, si alzarono le barriere della sicurezza. E, a Milano? Dopo la paura della morte, l’ancora di salvataggio della “vita che continua” – #milanononsiferma, ricordate? – e poi il rituale apotropaico delle 18 – cantiamo a squarciagola dall’inno nazionale a Eros Ramazzotti, per allontanare la paura (è tutto comprensibile: l’essere umano ha bisogno di un pizzico di gioia, per sopravvivere all’angoscia e alla solitudine, che già di per sé mettono dinanzi al proprio Io – se poi si intona “siam pronti alla morte”… ) e, alla fine, d’autorità “restate a casa”!

C’era stato, per la verità, uno spazio etico, se così si può dire; era quello che aveva preceduto la (sempre più aberrante) decretazione d’urgenza del presidente del consiglio. Fino all’8 marzo. La “zona protetta” è arrivata l’8 marzo, quando saremmo dovute essere in piazza, a lottare contro l’ineguaglianza e la violenza più antica del mondo.

Lasciare a ognuno la scelta comportamentale più adeguata alla situazione sembrava non avere dato i frutti sperati. La norma giuridica orienta il comportamento – ho pensato. Ha senso che, in casi così delicati, si aiuti la gente a capire il livello di gravità della condizione comune e, se serve farlo attraverso una decretazione d’urgenza – perché il comportamento del singolo rischia di essere anche inconsapevolmente egoistico – allora che si faccia. La domanda non è banale: cosa abbiamo capito, attraverso queste norme speciali che prima non ci era chiaro? Che la situazione è grave, che non basta lavarsi le mani spesso o in un certo modo etc.

Lo sappiamo ormai sin troppo bene che i tagli alla sanità, alla ricerca, in una parola alla vita, sono i motivi che hanno reso ingestibile questa pandemia. Abbiamo capito ben presto che non si trattava di preservare direttamente noi, ma prima di tutto di salvare un sistema carente e in gravissime difficoltà, che non avrebbe potuto sopportare contemporaneamente alcune migliaia di contagi.

Il diritto è una tecnica sociale che, in modi compositi, si muove aprendo possibilità, offrendo, e non solo togliendo, guidando, e non solo escludendo o punendo. Mi duole dire che la sua portata è stata nuovamente, reiteratamente ridotta alla sua sfera pubblicistica, alla sua veste amministrativa e soprattutto penale.

Il diritto è ridotto esclusivamente alla sanzione. L’etica invece? Ci è rimasto qualcosa della sfera dell’etica, da quando è iniziata la decretazione? A ben vedere, i critici più duri – penso ad Agamben – non stanno giudicando le nostre azioni, come delle azioni etiche, ma solo come delle azioni prone al (temporaneo?) diritto. Se è vero che il diritto prende tutto lo spazio che invece dovrebbe essere lasciato all’etica, allora che ne è dell’etica adesso?

Cioè, non è che, in fondo, la domanda (non posta) è: quello dell’etica è sempre uno spazio già disciplinato? E, se ciò che si sta chiamando con acredine disciplina, cui l’uomo cederebbe in un nonnulla, con un decreto e un pizzico di polizia, fosse un inatteso spazio etico? È possibile sospendere il giudizio e chiedersi se c’è spazio per un’etica che non sia già inscritta nella disciplina?

Proverei a non perdermi in logiche binarie, ma a valorizzare la nostra carenza di risposta, la necessaria incertezza e ambiguità del presente. Noi camminiamo per strada, alternando un senso di solidarietà fra umani – perché ci distanziamo, e, così facendo, ottemperiamo a una buona norma, per le nostre comuni interdipendenti vite –, a una sensazione di paura e minaccia.

Noi siamo divisi, perché solidarizzare significa mantenere la distanza dal nostro vicino, ma questa azione significa anche guardarlo con sospetto, affinché non si dimentichi la metratura da mantenere. Noi, non ci tocchiamo, – non che sia nostro dovere farlo, perché così il mondo sarebbe più “umano” – ma, di solito, semplicemente capita, e adesso non può e non deve capitare. È un esercizio di controllo costante.

Pensiamo all’azione di controllo che esercitiamo su di noi e che ci porteremo dentro, almeno per un po’, come habitus acquisito. Non si lascia nulla al caso – pensiamo – quando è proprio l’apparente caso, a poter rendere le nostre vite degne e non il paradigma esecutivo di un programma anteriormente stabilito.

È vero che noi, alcuni di noi, vedono l’altro come potenziale untore, ma è altrettanto vero – ed è questo il seppur angoscioso spazio, potenzialmente etico – che noi vediamo noi stessi come potenziali untori e che non ci perdoneremmo la colpa di infettare gli altri. Questo è uno spazio tragico, che non merita d’esser liquidato come banale auto-disciplinamento. (Sono i governanti a favorire la delazione: la sindaca di Roma si è permessa di dire che “i cittadini romani potranno essere loro, tramite una piattaforma online, a segnalare le violazioni dei decreti del Governo”).

Una infermiera di 34 anni a Monza, risultata positiva, si è suicidata qualche giorno fa. Avrebbe potuto guarire, ma non poteva sopportare la probabilità di avere contagiato molti altri. A Jesolo, un’altra donna ha compiuto lo stesso gesto. E poi uguale, a Cremona. Alcuni avvertono che avremo nuovi casi, in particolare fra i soggetti più esposti al collasso economico.

Le condizioni non ci aiutano di certo. Mentre scrivo, il silenzio tombale di una Milano deserta è rotto dalle sirene di un’ambulanza. Qualche giorno fa, di notte, ne è arrivata una qui sotto al palazzo. In altre province lombarde, la situazione è peggiore:

“La chiesa di Ognissanti di Bergamo è stata trasformata in una camera mortuaria. Le panche sono state rimosse, per far posto ai corpi. Il 17 marzo, Caprini ha contato almeno sessanta bare. La “vera tortura” per le famiglie, sottolinea, è il non aver più visto i loro cari, dopo che sono stati portati in ospedale. Il Centro funerario bergamasco ha predisposto dei collegamenti video, per permettere alle famiglie di assistere alla benedizione dei defunti. In Irlanda le autorità sanitarie consigliano agli addetti alle onoranze funebri di mettere delle mascherine sul volto dei cadaveri per eliminare anche il minimo rischio di contagio” (Internazionale, 21 marzo). A Teheran si scava giorno e notte per mettere le salme sotto terra e i funerali non hanno luogo.

Sono morti tanti sacrificabili. Sono morti – in carcere e in circostanze ancora tutte da capire –, per la maggior parte degli stranieri, per la maggior parte nord-africani, dei quali si può immaginare, che non sia stata fatto un funerale, non è detto che ci siano familiari o amici nel territorio vicino, e non è ammissibile pensare che si sarebbero voluti avvalere del rito funebre cristiano.

Ma neanche la Chiesa ha battuto ciglio. Leggo su Avvenire notizie che trovo francamente stupefacenti: “Al tempo del coronavirus non c’è la Messa esequiale? Non si può andare nella casa del defunto? Non è possibile recarsi nella cappella mortuaria di un ospedale? Non si può raggiungere il cimitero al momento della sepoltura? «Eppure la comunità cristiana accompagna comunque i fedeli nel loro ultimo viaggio. E si stringe in ogni caso accanto ai parenti colpiti dal lutto – sostiene Lameri –. Lo fa prima di tutto attraverso il sacerdote che, anche in mezzo alla pandemia che stiamo vivendo, non fa mai mancare la sua presenza. E lo fa l’intera comunità: non di persona, non fisicamente, ma in modi che magari possono apparire inusuali ma che coniugano preghiera e prossimità evangelica». Così, ad esempio, è possibile unirsi al dolore della famiglia con una telefonata, con un messaggio, addirittura creando un gruppo su WhatsApp, che coinvolga quanti sono legati a chi è morto, suggerisce il liturgista. «Ma anche assicurando la preghiera attraverso le reti sociali – prosegue –. Chi usa Facebook può postare un pensiero di partecipazione, seguito da un’intenzione».”

Possiamo anche dirci – oggi, ma solo oggi – di necessità virtù. La domanda vera è: cosa ci rimarrà di questo lungo tempo che è già inscritto nel nostro presente? Mentre il Papa ci ricorda che ogni vita umana è sacra, vengono selezionate le vite degne negli Stati Uniti, dove si sta decidendo chi curare e a chi dare dei respiratori. Diciamoci la verità – gli States lasciano allibiti, per la loro cruda e crudele franchezza, ma non per l’assurdità di ciò che dicono. Altrove, in modi più obliqui, si dice lo stesso. In Tennessee a chi soffre di atrofia muscolare spinale verrà negata la terapia intensiva. In Minnesota vale lo stesso per chi ha cirrosi epatica, malattie polmonari o scompensi cardiaci. Nello Stato di Washington, di New York, in Alabama – in Alabama i “disabili psichici sono candidati improbabili per il supporto alla respirazion” – Tennessee, Utah, Minnesota, Colorado e Oregon, i medici devono valutare il livello di abilità fisica e intellettiva prima di decidere se salvare o meno una vita. Si stanno stilando delle linee guida, per stabilire i criteri di preferenza. È in atto una vera e propria selezione. Quello che, con dolore e sommessamente, è stato annunciato anche in Italia, come necessità, lì sembra il criterio di partenza. E c’è anche una straziante “regola d’oro”: chiedere a un paziente se, in caso di scarsità di strumenti salvavita, vuole avervi accesso o lasciare il posto a chi potrebbe avere più probabilità di sopravvivenza o «maggiore valore per la società» (Avvenire)

Cosa succede alla nostra comune umanità, quando la si seleziona e si antepone la sicurezza (personale, individuale) al conforto, al dolore, al rito, alla solidarietà, alle nostre obbligazioni etiche condivise? Noi che – come scrive Agamben – pensiamo solo a come salvare noi stessi, chi siamo destinati a essere, ora e quando questo cataclisma passerà?

La nostra apertura all’altro fa di noi degli esseri senzienti, capaci di stupore e di mutamento. Apro, allora, un libro oracolare – quel Libro dei Mutamenti che Jung amava tanto –, i Ching, una raccolta che ha diversi millenni e che, guarda caso, proviene dalla Cina come, forse, anche il nostro nemico invisibile. Gli chiedo “come valuti la risposta del genere umano a questa sorte?”.

La risposta è netta, benché, va da sé, misteriosa: l’esagramma è il 21, il morso che spezza, “rappresenta una bocca aperta, ma tra i denti si trova un ostacolo”. Affinché le labbra si uniscano, “bisogna mordere energicamente da parte a parte. L’esagramma si compone dei segni del tuono e del fulmine, a indicare, come nella natura, gli ostacoli vengano eliminati con la violenza. […] Processo e pena vincono i turbamenti della convivenza armoniosa, provocati da criminali e calunniatori. A differenza del segno n.6 (la Lite), che si riferisce al processo civile, è trattato qui il processo penale. […] bisogna andare fino in fondo perché non nasca un danno duraturo. Tali ostacoli intenzionali non scompaiono da sé. Giudizio e pena sono necessari per spaventare o eliminare i criminali. […] Questa chiarezza e questa severità hanno lo scopo di incutere rispetto; le pene di per sé non sono così importanti” (ed. Adelphi, p. 130-131).

Sono le pene stabilite per decreto o quelle a cui tutti sottostiamo, dinanzi al pluriverso? Torniamo, allora, alle nostre anime pezzentelle. Il rito funebre è uno di quegli “assembramenti” fortemente limitati, ma non è come gli altri. Certo, ripeto che non ho digerito serenamente che non siamo scese in piazza l’8 marzo, o che non si possa manifestare, contro lo sfruttamento degli operai, carne da macello ancora a lavorare nelle fabbriche, fino a qualche giorno fa.

Ma il rito funebre è un rito di passaggio ed è, perciò, non soltanto una faccenda, di cui si sente la mancanza oggi, ma un trauma con cui fare pace domani. E, una società che riti non ne fa più, è una società che rischia di passare dal temporaneo contagio alla malattia cronica.

Se è vero quel che scrive Freud, noi, quando perdiamo una persona cara, non perdiamo solo lei, ma perdiamo qualcosa di noi e, sopra ogni cosa, perdiamo la relazione. Rimane un enigma non solo la morte in sé ma ciò che, di noi che restiamo, va via attraverso la perdita. Qualche giorno fa ho fatto un sogno a cui ancora penso: ho sognato di vomitare una massa densa dalla bocca e che mia nonna mi aiutava a farlo. Dopo giorni di domande sono arrivata a una possibile interpretazione. Quando è morta mia nonna, con lei se n’è andata la mia infanzia o, almeno, la memoria viva della mia infanzia, una memoria che con lei potevo recuperare, far rivivere. Questo legame rimane anche dopo la morte ed è il tessuto della solidarietà fra vivi e morti, di cui una società non può fare a meno. Noi dovremmo sognare la Merkel che ci aiuta a rimettere: non il debito, ma il capitalismo.

Il lutto è un fenomeno collettivo; non è solo dolore solitario, è una ferita per chi resta. Elaborare un lutto è un percorso doloroso e necessario. Ma cosa ne è di chi se ne va, in una società che non ne celebra il rito di passaggio, avendone prima vietato il saluto e il “cuonsolo” – il pasto dei dolenti che l’amico offre ai parenti del defunto – una pratica che esiste tanto nel sud quanto nel nord del mondo (vedi funeral biscuits).

Negli Stati Uniti post 11 settembre, la risposta – dopo alcuni giorni di lutto federale – è stato il contrattacco.  Come scrive Judith Butler, l’America aveva pubblicamente messo al bando la malinconia. Ecco, noi abbiamo più tempo e non abbiamo un nemico visibile da schiacciare, non appena ce ne sentiremo nuovamente le forze. Allora, possiamo prenderci cura della nostra malinconia e inventare nuove forme. La normalità era la forma più eccezionale possibile di malcontento diffuso, rigurgiti fascisti, odi razziali e sessisti, disuguaglianze e precarietà. Abbiamo visto la gerarchia dei bisogni. La produzione, anche quella non essenziale, è rimasta attiva sino a qualche ora fa, benché fosse chiaro ormai che un’area, il cui tessuto industriale e commerciale è particolarmente forte, come quella del Nord, implica un contagio elevatissimo.

Se anteporremo, ancora una volta, persino dopo, la sicurezza, non avremo fatto alcun tesoro di questo cataclisma. Qua bisogna costruire tutta una nuova grammatica della sicurezza. Anzi, forse questa sicurezza dobbiamo proprio abolirla dal nostro vocabolario. È una parola troppo sporca, per poter più assumere linfa vitale. Noi dobbiamo trovare lemmi perduti e innovatori. Noi dobbiamo costruire solidarietà. Ma noi non siamo solo quello che resta sulla terra. Noi siamo tutti impastati col passato e con coloro che non ci sono più. Non è solo pietas, è il nostro bisogno di costruire alternative al presente, per umani e per non-umani.

Queste anime pezzentelle assomigliano a quelle che non abbiamo mai guardato abbastanza: i poveri cristi in vita, i morti delle guerre, gli Altri che sono Altrove, i migranti, a cui manca solo un’epidemia, per l’eliminazione dell’ultima speranza. Questo cataclisma ci avvicina agli altri, ci fa da specchio. Non avremmo mai pensato che sarebbe giunto, con questa forza dirompente a noi.

Ma anche noi, in modo diverso, eravamo e siamo sfruttati e precari, e se ci tolgono anche la compassione, allora noi dovremo inventare atti di resistenza, perché la protesta, la lotta o un funerale, sono “assembramenti”, fenomeni collettivi che ci servono a incarnare la nostra vita degna. Scrive Alberto Prunetti che “la commozione è qualcosa che colpisce quando si riflette nelle pupille degli altri e diventa relazionale. Non è un pianto in solitudine ma si fa compassione”.

Bisogna che quando finisce tutto questo inizi una specie di culto pagano, una devozione alle nostre anime pezzentelle, che ci hanno lasciato qui e hanno sofferto, senza il nostro conforto. Solo i vivi possono restituire la pace ai morti e, per il loro tramite, cercare loro stessi pace. Non scordiamoci delle anime abbandonate, sennò finisce che ci scordiamo di noi stessi.

Sembrano già molto lontani i tempi in cui, all’inizio di questa pandemia, ci veniva suggerito di andare a trovare i nostri cari defunti. Non abbiamo bisogno della paternale, lo sappiamo da noi come intessere legami.