Ioannidis dice cose tristemente vere. Ma sembra di essere nel Seicento

di Gilberto Corbellini
(da “Il Dubbio”, 28.3.2020)

Siamo disorientati. Nonostante l’ingente quantità di conoscenze scientifiche e potenti tecnologie di cui disponiamo, non sappiamo prevedere, decidere o intervenire con efficacia contro il coronavirus e la malattia che causa. Il virus è stato sequenziato a pochi giorni dall’isolamento, e sono stati identificati i bersagli di potenziali vaccini nonché chiariti i meccanismi di trasmissione, così come la patogenicità.

Ma non basta. Questo virus sembra studiato a tavolino per aver successo: è molto contagioso, ma non causa effetti o malattia gravi all’ 85% dei contagiati – giovani e adulti – che lo possono trasmettere in allegria ed è letale solo per circa il 5% – anziani o affetti dalle principali malattie del benessere (ipertensione, diabete, malattia coronarica, etc.).

Quello che sappiamo sta portando a due le scuole di pensiero. Una si può esemplificare con gli argomenti dell’epidemiologo e metodologo di Stanford, John Ioannadis, che scrivendo su “Stat” qualche giorno fa, sosteneva che le reazioni in corso, dettate dalla paura e in mancanza di prove di efficacia, starebbero cucinando la ricetta di un “fiasco”. Una diversa tesi la difende l’ingegnere informatico di Berkley, Tomas Pueyo, il quale scrive su “Medium” che se si vuole salvare tutto si deve reagire contro il virus a “martellate”, per interrompere la diffusione, e prepararsi a “danzare”, aprendo e chiudendo in futuro le attività (es. scuole), a seconda che la diffusione stia al di sotto o scavalchi una certa soglia.

Nella discussione è in gioco l’uso di un metodo scientifico nell’affrontare un problema di cui sappiamo tantissimo nei dettagli, ma poco nella sua complessità, per fare previsioni attendibili. Un atteggiamento critico, realista e distaccato, cioè scientifico, dovrebbe essere mantenuto almeno dagli scienziati. Non lo si può richiedere ai politici di questi tempi, che citano Churchill tutti i giorni, senza avere un’unghia di quella personalità. La pseudoscienza è solo complotti e fake news, ma anche abuso di big data che ubriaca le menti che non si staccano da un computer, e la circolazione di argomenti apparentemente logici ma usati per confermare una posizione che non si vuole provare a falsificare.

Ioannidis dice cose tristemente vere. Non dice che non si doveva reagire come si è fatto, facendo tamponi e chiudendo tutto, o che le misure adottate non abbiano portati in alcuni casi speciali a risultati, ma che lo si è fatto in preda al panico, senza avere alcuna prova che si trattava della risposta migliore e senza valutare le conseguenze sociali ed economiche. I nostri bias cognitivi ci guidano a fare scelte o valutare in modi rapidi, usando poche informazioni, spesso non controllate. Siamo tutti mossi dalla paura di ammalarci o morire e dal bisogno di fare qualcosa per salvare la vita delle persone. Quasi nessuno si domanda se si stanno davvero salvando più vite reagendo a martellate, ovvero se ci stiamo frantumando le gambe e quindi non saremo neppure più in grado di danzare secondo i tempi dettati dal virus.

Si parla ad nauseam di “evidence based policy”, ma in questo frangente si è ricorso a qualunque argomento, tranne le prove. La pandemia ha messo in luce le ben note debolezze del sistema scientifico e politico- scientifico, come la pubblicazione di risultati non sottoposti a revisione paritaria, che hanno mandato in giro false informazioni e poi sono stati ritirati. Sono in corso decine di pseudo-trial clinici che stanno riportando la medicina all’età dell’aneddotica terapeutica. Come fosse il gioco del lotto vengono lanciate stime senza fondamento sulla popolazione mondiale che si infetterà e fatti ragionamenti che volevano essere predittivi a partire da curve epidemiche false, che dipendono soprattutto dalle differenze nella disponibilità del test e dalla volontà di usarlo.

Si discetta ovunque su tamponi, mascherine o ventilatori come al bar, mentre regna per esempio la confusione tecnica su quali “tamponi” siano più funzionali. Si sono fatte spese massicce per attrezzare sanitarie che graveranno pesantemente sui sistemi sanitari, e che pagheranno nel prossimo futuro i pazienti cronici. La chiusura delle città e la reclusione delle persone nelle case avrà un impatto psicologico, sociale ed economico inimmaginabile: c’è da sperare che regga internet altrimenti aspettiamoci il dilagare della violenza domestica (già in aumento) e nelle strade.

Viviamo in società/ economie complesse e fondate su conoscenze che non esistevano un secolo fa. Ma sembra di essere nel Seicento: chiudiamo chi non è malato in casa con le finestre inchiodate e portiamo tutti i malati a morire nei lazzaretti. Le conoscenze e l’intelligenza guadagnate dovrebbero indurci a prendere misure differenziate sulla base dei rischi individuali o di gruppo di trasmette la malattia o di ammalarsi in modi più o meno gravi, coinvolgendo le persone nell’assunzione delle responsabilità. Solo in questo modo forse ne usciremo salvando anche le regole e i valori di quella modernità, che ci hanno resi persone libere. In primis l’approccio scientifico ai problemi.

*ordinario di Storia della Medicina e docente di Bioetica
presso la Sapienza Università di Roma, dirigente CNR