Mantenere il cuore civile della funzione intellettuale

di Peppe Nanni
(27.3.2020)

“A me delle libertà fondamentali non frega niente”: capita di incontrare espressioni del genere sul web, come risposta tranciante contro chiunque manifesta preoccupazione per la tenuta del quadro costituzionale. Ma questa sindrome da servitù volontaria può anche far scattare una decisa presa di posizione: se gli organismi del potere politico e amministrativo si fossero rivolti al corpo della cittadinanza con un altro tono, invitando ad assumere atteggiamenti individualmente e socialmente responsabili verso il pericolo epidemico, se avessero ammesso almeno in parte le enormi responsabilità dell’intera classe dirigente per la grave menomazione del sistema sanitario pubblico e nell’assunzione contraddittoria e intempestiva delle misure di prevenzione e contrasto, se non avessero esibito una maschera grottesca di paternalismo arrogante, se non avessero irresponsabilmente scatenato il contagio incontrollabile del panico, attraverso un uso, tanto velleitariamente stalinista quanto spettacolarmente sgangherato, del chiasso mediatico per infantilizzare  e incattivire il pubblico, se tutto questo non fosse andato in scena, forse si sarebbe potuto sopportare, almeno in parte, anche l’introduzione di (pseudo) norme tecnicamente mal confezionate e costituzionalmente inquietanti.

Così non è stato, autorizzando il dubbio che si sia messo in atto non una semplice sospensione occasionale ma un processo di irreversibile fuoriuscita dal perimetro delle libertà presidiate dal dettato della Costituzione. E la pulsione morbosa che baratta la salvezza dall’epidemia con l’estinzione di qualsiasi facoltà intellettiva e rischia di sommergere, indipendentemente dalle intenzioni di qualche apprendista stregone, non solo le basi – giuridiche, politiche, solidaristiche – di una convivenza degna di questo nome ma persino, non poi così paradossalmente, la razionalità specifica del progetto sanitario di tutela della salute pubblica. Anziché mobilitare l’intelligenza diffusa della società a fornire uno slancio responsabile e cosciente nella ricerca delle migliori soluzioni possibili, maggioranza e opposizioni, per inadeguatezza strutturale e per atavica sfiducia verso la collettività, hanno evocato i demoni del terrore davanti a un pubblico sospinto verso l’infantilismo.

Diventa allora fondamentale mantenere pulsante il cuore civile della funzione intellettuale, che non è quella di riempire i cruciverba o recitare la Vispa Teresa, come sembrano credere i governanti che hanno abolito la cultura per decreto. Irrinunciabile è la visione d’insieme, la capacità di raccordo tra le diverse prospettive valoriali, il bilanciamento tra urgenze tattiche e interessi strategici della comunità politica, la scansione tra i diversi tempi d’intervento che sono richiesti dalla società contemporanea e dalla sua complessità. In questa prospettiva, non si può che valutare con durezza critica anche la dilettantesca formulazione giuridica del decreti ministeriali, il mancato rispetto delle legittime procedure di ratifica e approvazione, la confusione terminologica e la pericolosissima discrezionalità operativa che viene iniettata nello svolgimento di funzioni così delicate in un momento di così grave smarrimento. È noto che chi rinuncia alla libertà in cambio della sicurezza, finisce con il perdere sia l’una che l’altra. Lungo il piano inclinato non ci sarà nessun “dopo” per porre rimedio, per restaurare la libertà, lo scambio educativo, l’energia delle relazioni sociali oggi traumatizzate. Sono cose destinate comunque a cambiare: rivendicarle oggi, subito, qui, non significa ripristinare la già guasta situazione di prima – che ha prodotto il pandemonio – ma tentare di inaugurare una vita nuova anziché una sopravvivenza passivamente rassegnata