Modello cileno

di Flavia Perina
pubblicato in Fb (24.3.2020)

Ora che il virus ha dato l’ultimo giro di vite alle nostre libertà col decreto Lockdown che offre ai Prefetti la possibilità di usare l’esercito per compiti di pubblica sicurezza, è stupefacente constatare come la generazione più libertaria della storia abbia costruito, approfittando dell’emergenza, una torsione securitaria senza precedenti. All’apparato politico-culturale che orienta il Paese non basta la sospensione di ogni diritto democratico – lavoro, libera circolazione, libere elezioni – ne’ l’obbediente reclusione domestica di sessanta milioni di persone. Vuole i droni a sorvegliarla, le truppe in mimetica in strada, le supermulte, il numero verde per denunciare il vicino che è già uscito due volte. Non gli basta il Modello Cinese, vorrebbe – se fosse disponibile – il Modello Cileno contro cui peraltro sfilò a vent’anni: la sorveglianza digitale di massa, il 41 bis per i disobbedienti.

La principale scoperta dell’epidemia è l’esistenza di una cultura di matrice totalitaria assai più diffusa di quel che credevamo, del tutto trasversale a destra e sinistra. Un’aria da Vogliamo i Colonnelli circola non solo nelle opinioni del cittadino medio ma anche nelle riflessioni di gran parte del ceto intellettuale, degli opinion-maker, di quasi tutta la comunicazione televisiva e l’infotainment. Non è tanto la richiesta di inasprimento dei divieti – comprensibile in un momento come questo – quanto l’adesione collettiva a un pensiero semplice: siamo nei guai per colpa nostra, siamo usciti troppo, abbiamo fatto troppe cose, troppa spesa, troppe corsette, troppe visite ai parenti, serve qualcuno che ci rimetta in riga prima che sia troppo tardi. L’idea che esistano responsabilità politiche (nazionali e regionali) nel “caso Italia” e che vadano corrette per evitare il peggio non sfiora quasi nessuno e quei pochi che osano esprimerla sono sepolti dalle critiche come disertori della guerra al virus.

Così la generazione del Vietato Vietare e della guerra al patriarcato si consegna con zelo militare ai professionisti del divieto e alle sfilate di maschi vanitosi che ogni sera vediamo in tv, pronta a sacrificare ogni pensiero critico alla promessa (impossibile) dell’eliminazione del rischio. Desideriamo essere tracciati. Vogliamo il pubblico controllo sulle nostre vite. Apprezziamo gli altoparlanti in strada che minacciano sanzioni a chi disobbedisce, una riedizione poveraccia dei rastrellamenti nella Battaglia d’Algeri. Cominciamo a sospettare pure delle code davanti ai supermercati: servirà davvero tutta questa roba? I diecimila denunciati per violazione delle regole ci sembrano pochi, dovrebbero denunciarne di più, multarli di più, sequestrargli la macchina.

È un cambio di passo culturale inaspettato e stupefacente che sopravviverà all’emergenza perché piace a tutti, soprattutto alla politica che vede i suoi indici di consenso salire in maniera direttamente proporzionale all’assenza di critiche e al costante inasprimento di ogni tipo di misura. Mi spiace molto per i nostri figli, che già prima di questo disastro avevano perso molte delle libertà che abbiamo avuto noi, compresa quella di guardare alla vita con leggerezza, compresa quella di formarsi una responsabilità individuale in modo autonomo anziché per obbligatoria adesione agli ordini del caporale di giornata.