appunti sulla teledidattica 1

di Monica Centanni
(22.3.2020)

Premessa

Premetto che, a differenza di tanti colleghi che, per misoneismo o semplicemente per accidia, hanno un atteggiamento negativo nei confronti della evoluzione tecnologica in atto, io credo fermamente che questa del nostro tempo sia una rivoluzione mirabile, paragonabile al passaggio arcaico oralità/scrittura o a quello rinascimentale manoscritto/stampa. Credo che siamo fortunati a vivere in quest’epoca, e sono entusiasta per le immense possibilità che la rete garantisce allo studio (imparagonabile quanto e come possiamo studiare oggi rispetto a soli 20 anni fa), essenziale per l’arricchimento della stessa didattica. In sintesi, a mio giudizio prima del web, studiavamo meno e peggio e insegnavamo meno e peggio. Parafrasando Giorgio Pasquali che affermava che prima del ricorso alle riproduzioni fotografiche dei manoscritti non si può parlare di edizioni critiche, ritengo che prima della possibilità di accesso alle risorse in rete non solo non si possa parlare di ‘edizione critica’ in senso tecnico (su questo si potrebbe fare una bella riflessione teorica) ma non potevamo neppure, seriamente, studiare. Per altro, ribadisco che il motivo per cui non sono sospettabile di misoneismo è il fatto che ho un bel ‘titolo’ tecnologico di cui posso fregiarmi (e mi concedo questo moto di orgoglio perché non è un lavoro mio, ma uno splendido lavoro collettivo): sono direttore di Engramma www.engramma.it, che è la più antica rivista di studi umanistici al mondo fatta e pensata per il web, tutta accessibile open access, dal protowebstorico anno 2000, fino a oggi.

Tanto valga come premessa.

In particolare

Dalla mia esperienza venticinquennale di insegnamento, ho imparato che ogni corso va calibrato di anno in anno, tarato sulla composizione della classe, che cambia sia perché, come si sa, gli studenti vanno ‘ad annate’ come il vino (e certi anni sono ottimi, certi altri meno), sia perché il corso stesso, per sua natura, richiede pazienza, capacità di ascolto dei profili e soprattutto dei desideri che gli studenti hanno rispetto all’antico. Come credo capiti a molti di noi, a ogni lezione arrivo con un bel po’ di appunti e con un PowerPoint pronto, ma il più delle volte in classe la lezione prende un’altra piega, perché c’è la domanda inattesa, c’è lo sguardo di quello studente in terza fila che mi fa pensare che forse sto dando per scontate troppe cose, c’è il brillare degli occhi di quella studentessa, così bella, in prima fila che mi suggerisce che un’idea, una frase buttata là di passaggio merita una digressione. Se sciorino la lezione che ho diligentemente preparato, annoio prima di tutti me stessa (credo che tre o quattro volte in vita mi sia capitato in tanti anni di lezione e ancora me ne ricordo con un po’ di vergogna). Il fatto è che vado in classe non a insegnare ma a imparare cosa e come, di quel che so, va ‘insegnato’; cosa e come posso spiegare, cosa vale e cosa no di quel che sto studiando e come posso comunicarlo. Solo a queste condizioni – praticando questo ascolto – credo si eccita, e poi si coltiva, la passione per i temi del mondo antico e insieme si affina il rigore che la ‘filologia’ dell’antico richiede.

Sul piano generale

Dato che ‘professiamo’ il mestiere intellettuale e che il nostro compito è anche quello di considerare criticamente le situazioni in cui ci troviamo ad agire, non è eludibile una riserva generale su questa corsa alla telematizzazione dell’Università (e di tante altre attività culturali e performative).

Purtroppo, ben sappiamo che le situazioni di emergenza – anche quando serissime e fondate come questa – sono contingenze pericolose perché preludono ad accelerazioni e derive non sempre controllate e controllabili. Mi pare nello specifico molto pericoloso (ora, ma soprattutto a partire dal day after e a seguire) il non detto che striscia dietro alla teledidattica: l’assimilazione delle lezioni –  e dei seminari e delle discussioni – a distanza a quelle in presenza; l’idea che tutto si possa fare a distanza e il – conseguente e inevitabile – annientamento dello spazio pubblico per eccellenza che in Occidente è l’università, sono i teatri e in  generale i luoghi della vita activa del cittadino. Dopo anni di attacchi – per strategia, ignoranza o noncuranza – alle nostre   istituzioni e alle attività culturali nel nostro paese, che hanno fatto passare silenziosamente il messaggio che la cultura e l’istruzione siano un orpello di lusso, non il servizio essenziale che la res publica deve offrire, questo potrebbe essere l’ultimo colpo all’ “avvenire delle nostre scuole”.

Su questo dobbiamo stare all’erta: perché la “salute” del cittadino non è la mera (e patentemente impossibile) immunitas, ma la fiducia nelle istituzioni e nelle strutture (ché è questa che ci manca e innesca ansie e paure), la qualità della vita pubblica, la decisione – tutta intellettuale e politica – su quali siano i ‘beni di prima necessità’. Tra questi la convivenza, la vita pubblica, l’università vissuta come luogo di incontro e di cambio fisico, estetico prima che intellettuale, di saperi e di esperienze, è l’aria stessa di cui l’“animale da polis” non può fare a meno. Pena l’asfissia di cui si muore, in vari modi anche concreti, tanto quanto della polmonite virale.