Didattica on line e università azienda

di Vittoria Magnoler
(20.3.2020)

Mi ha attraversata un pensiero molto semplice: in Africa, in deliri coloniali, gli occidentali costruiscono pozzi, ospedali e scuole. Scuole, appunto. La scuola dunque rientra tra i diritti e i beni fondamentali di una civiltà che si professi progredita. La scuola si costruisce materialmente perché deve essere un luogo fisico, deve inserire in un contesto, deve essere un posto sicuro; non solo, perché dal principio è anche quel luogo in cui la maestra/il maestro si accorge se l’allievo/a ha problemi di vista, se ha dei comportamenti dovuti a disagi familiari ecc. La scuola è la sede dell’educazione: non vi alberga il puro nozionismo. È il luogo in cui si impara, si testa e si elabora il linguaggio: della parola, del corpo, dello stare al mondo, dello stare insieme ad altri. Il linguaggio dell’uomo che non si può trasmettere né applicare online, in un luogo fittizio, bidimensionale e di fatto inesistente.

Pensare di affrontare delle lezioni, un esame, la maturità, la laurea online mi sembra prendere in giro lo studente, l’insegnante, la materia di cui si parla, il sapere. Una presa in giro effettiva dato che lo strumento base dello studente, cioè il libro, è attualmente inaccessibile poiché segregato nella propria casa, proprio come lo studente e il docente. Una presa in giro che temo si possa perpetrare, sino al considerare la lezione online come sostituta della lezione in presenza, dato il precedente dell’esperienza che oggi si sta creando con la tele-didattica.

Questo tempo di quarantena dovrebbe essere colto come uno spazio utile allo studente universitario (che, si ricordi, non è inserito nel sistema della scuola dell’obbligo). Un momento in cui ci si possa concentrare maggiormente su personali interessi di studio, in cui si possa approfondire un argomento accantonato a causa del veloce susseguirsi delle 30h di lezione, in cui leggere ciò che non si ha mai tempo di leggere, in cui riflettere sul proprio tempo (perché sono “tempi interessanti”), in cui riflettere su uno Stato che dichiara lo stato di eccezione e dissemina le strade di forze armate. Questo è lo spazio che l’università dovrebbe lasciar sfruttare a chi si prefissa di laureare, ai cittadini del futuro che dovranno affrontare “il giorno dopo” e ricostruirlo con nuovi schemi.

Dunque, da studentessa, trovo che oggi emerga lampante il carattere aziendale dell’università espresso nella forma della didattica online. Il vanto degli atenei rispetto alla tele-didattica dimostra quanto l’obiettivo dell’organo non sia più quello di creare teste pensanti ma di progredire continuando a soddisfare la domanda dell’utenza, ossia la nostra, cioè di fornire un prodotto al cliente, qualsiasi sia il contesto in cui si trova a vivere – persino nel blocco generale causato dalla pandemia. Quindi ci si dovrebbe domandare anche cosa stiamo chiedendo noi, come clienti. Data la situazione, io credo che l’università avrebbe dovuto congelarsi e rinviare qualsiasi attività, lezioni ed esami compresi – ad esempio come si può pretendere di costruire rapporti con un potenziale relatore o di elaborare pensieri critici, domande, ipotesi in questo vagheggio?

Invece l’io dello studente squattrinato che vuol costruirsi un futuro è obbligato ad un adeguamento amaro, a regole nuove che assimilano il nostro ateneo ad una università telematica, cioè ad una forma che non abbiamo scelto iscrivendoci a questa università. Un io oppresso da quell’idea che aleggia nell’aria e che è traducibile con un “comunque stiamo andando avanti”. In realtà è tutta una grande illusione che si perpetra attraverso il medesimo, unico sistema fallito che oggi implode miseramente – estendendo la visione, suppongo, accadrà anche al meccanismo altrettanto meschino dell’università-azienda che ancora pare non accorgersene.